E così l’ho fatto, violando un tabù autoimposto più di trent’anni fa, per cui avevo deciso di non andare in Tibet sino a quando non fosse stato libero. Ma questo temo non avverrà in questa vita, e una serie di circostanze in parte fortuite mi hanno spinto a questa decisione, cioè di visitare questo paese che tanta parte ha avuto e ha nella mia vita.
Per quindici anni ho operato come coordinatore Estremo Oriente per Amnesty International, ho avuto l’occasione e il privilegio di poter lavorare per tanti prigionieri di opinione tibetani per sottrarli al loro terribile destino, e ho avuto l’opportunità di incontrare quelli che sono stati scarcerati e spesso di portarli in Italia. Non solo, ma mi sono legato a tanti amici tibetani che vivono in Italia, per me il Tibet ha avuto e ha tuttora un posto speciale.
Il Tibet per me: un Paese violato, i prigionieri politici, gli amici
Così sono partito con sentimenti fortemente contrastanti: per me il Tibet non potrà mai essere una meta esotica da visitare o una tappa in un percorso religioso o spirituale come per tanti. Per me è e rimane il paese di un popolo vessato e privato della propria identità, è il paese di Palden Gyatso, che ha passato 33 anni in carcere perché rifiutava di ammettere che il Tibet fosse cinese, sottoposto a torture per noi inimmaginabili. E’ il paese di Ngawang Sangdrol, Choying Kunsang, Passang Lhamo, arrestate per aver gridato degli slogan a favore del Dalai Lama e condannate a pene sproporzionatamente alte (sino a 31 anni) per aver cantato in carcere canzoni che si riferivano al Tibet libero.
Di Ngawang Oeser, condannato a 17 anni per “attività sediziose” e di Ngawang Choephel, documentarista accusato di “spionaggio” e condannato a 18 anni di carcere. Ho sentito le loro storie dalle loro voci, ho avuto modo di passare parecchio tempo con loro. Il Tibet per me è quello.
Così, mete conosciute e rinomate turisticamente come il Barkhor, il suggestivo circuito devozionale intorno al tempio Jockhang a Lhasa, per me è soprattutto il luogo dove molti di loro sono stati picchiati violentemente e arrestati, e dove Dorjee Tseten, Dargye e Tsewang Dorjee si sono dati fuoco autoimmolandosi come forma estrema di protesta (insieme ad altri 168 in altri luoghi).
L’ultimo a trasformarsi in torcia umana è stato l’attivista tibetano 52enne Lobga Rangzen (ex monaco in gioventù) che Il 2 luglio 2026 si è dato fuoco davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York per protestare contro le recenti leggi repressive promulgate da Pechino contro tutte le minoranze etniche.
L’impronta della Cina
Il Norbulinka, residenza estiva dei Dalai Lama, per me è soprattutto il luogo del massacro del marzo 1959, quando la popolazione di Lhasa si radunò lì per protestare contro la decisione di arrestare il Dalai Lama. Ho visto – da fuori, naturalmente – il carcere di Drapchi, uno dei luoghi di detenzione più famigerati al mondo sia come condizioni di detenzione sia per l’uso di maltrattamenti e torture, dove molti dei miei amici hanno passato anni.
Decisamente non un viaggio come gli altri. Del resto l’impronta della Cina si vede ovunque, a partire dalle gigantesche (e semivuote) autostrade che l’attraversano alle ferrovie con linee ad alta velocità che lo collegano alle maggiori città cinesi, come a voler ribadire l’integrazione nel tessuto economico e sociale della Repubblica Popolare.
Per carità, strade e ferrovie servono al progresso e allo sviluppo di una popolazione: sono fermamente convinto che entrambi siano un diritto di ciascun popolo, ma proprio per questo devono essere decisi e controllati autonomamente, non eterodiretti e soprattutto non eteroorientati, visto che i vantaggi sembra ricadano molto poco sulla popolazione tibetana.
Dalla distruzione dei borghi medievali tibetani alle megalopoli cinesi
Città che erano sino a pochi decenni fa borghi medioevali così deliziosamente descritti da chi ebbe la fortuna di vederle prima del 1949 (Tucci, Maraini, Harrer) si sono trasformate in anonime megalopoli cinesi: in particolare siamo rimasti colpiti dalla parte moderna di Lhasa, dove sembra si siano messi d’impegno per creare una città più brutta possibile, con casermoni in sequenza anonimi e tristissimi. Vialoni in stile socialismo reale con insegne in cinese indicano negozi cinesi che vendono merci cinesi. I tibetani possono al massimo fare i commessi o avere qualche esercizio di minore rilevanza.
La maggior parte dei luoghi di culto che si visitano, comunque meravigliosi, sono stati ricostruiti dai tibetani (locali e della diaspora) dopo che erano stati sistematicamente distrutti dalla furia delle Guardie Rosse – la milizia popolare voluta da Mao – nel periodo della Rivoluzione Culturale. Va detto che quel poco che si è salvato è stato spesso perché Chu En-lai, allora primo ministro cinese, li fece circondare dall’esercito per proteggerli. Ma più dell’90% del patrimonio artistico e architettonico religioso del Tibet, come gran parte di quello della Cina, fu distrutto.
Dagli anni ’80 iniziò faticosamente la ricostruzione. Ma anche oggi alcuni luoghi di culto sono nel mirino delle autorità: proprio nei giorni in cui ero lì le autorità cinesi hanno avviato una nuova ondata di demolizioni nel monastero di Larung Gar, il più grande centro di studi buddhisti del mondo. Ma questo l’avrei saputo solo al ritorno.
Sinizzazione e stato di polizia
Probabilmente uno dei primi effetti della nuova “Legge sulla Promozione dell’Unità Etnica e del Progresso”, entrata in vigore pochi giorni prima del mio arrivo, che prevede ulteriori passaggi per la sinizzazione delle minoranze etniche, condannata duramente da istituzioni e organizzazioni internazionali e definita uno strumento giuridico di assimilazione culturale forzata.
Apparentemente c’è una assoluta libertà di culto nei luoghi sacri. I tibetani, vecchi e giovani, anche giovanissimi, professano la loro fede in maniera intensa – mai fanatica – come molto raramente mi è capitato di vedere in altre parti del mondo. Presumo che sia perché è l’unica maniera che rimane loro per affermare la propria identità a cui non sono disposti a rinunciare. Per il resto è evidente uno stato di polizia pervadente, con posti di blocco e di controllo, telecamere e microfoni ovunque, con sistemi di intelligenza artificiale ampiamente pubblicizzati all’avanguardia per il riconoscimento facciale. Persino sul nostro pulmino erano presenti telecamere, e non a beneficio dell’autista.
Per sicurezza quando parlavamo fra noi del Dalai Lama ci riferivamo a lui come HDA (HisHoliness Dalai Lama), nel caso avremmo potuto affermare che parlavamo di colesterolo. Dovunque ai controlli notavamo una curiosa idiosincrasia per gli accendini, che vengono rigorosamente sequestrati. Forse per evitare altre torce umane.
Ci sono ricompense per chi denuncia “comportamenti antipatriottici” che possono arrivare a 10mila yuan, una cifra con cui una famiglia può andare avanti per parecchio tempo. Così chiunque potrebbe denunciarti per una frase, un atteggiamento ambiguo: un vicino di casa, un collega di lavoro, un confratello in un monastero (il numero di monaci è rigidamente contingentato e controllato in base al “patriottismo”).
La cultura del sospetto, uno dei modi migliori per distruggere una società dall’interno.
Ci ha toccato tantissimo l’incontro con una monaca in un monastero femminile. Dopo averci ricordato quanto noi siamo fortunati ad avere la democrazia e la libertà di poterci muovere e andare dove vogliamo e incontrare chi vogliamo, ci ha raccontato che lei vorrebbe incontrare il Dalai Lama.
Era visibilmente commossa, la commozione ha contagiato il nostro interprete e noi tutti, e quando la nostra accompagnatrice italiana le ha detto che nelle settimane successive sarebbe stata in Ladakh dove Sua Santità terrà degli insegnamenti, la monaca ha estratto da una busta dei soldi – in tutto una trentina di euro, forse tutti i suoi averi – e glie li ha dati fra le lacrime, chiedendole di portarli al Dalai Lama. Un modo un po’ ingenuo forse, ma sicuramente l’unico a sua disposizione, per rendere omaggio al suo leader spirituale.
Turismo irrispettoso e falsi storici
I turisti occidentali sono pochissimi, ma il grosso è rappresentato da orde di turisti cinesi. A parte pochi buddhisti devoti, sono per lo più caciaroni e irrispettosi, completamente incapaci di cogliere gli aspetti religiosi e spirituali del luogo e di uscire da un approccio da luna park, con le loro bombolette di ossigeno a cannule nasali per tollerare l’altitudine: qualcuno addirittura ne trasporta una enorme sulla schiena, tipo sub.
Lhasa è piena di cinesi travestiti con grotteschi costumi tradizionali tibetani noleggiati – grotteschi perché indossati da loro, naturalmente – che si fanno lunghi quanto surreali servizi fotografici in tutte le pose. Li si trova per tutta la città, ma soprattutto al Barkhor, incuranti di trovarsi sul percorso di coloro che eseguono la circuambulazione rituale prostrandosi proni a terra, e davanti al Potala, lo spettacolare palazzo dei Dalai Lama, dove nelle ore “di punta” è addirittura impossibile accedere al punto panoramico senza entrare nelle loro inquadrature suscitando le proteste dei fotografi.
Lì davanti è stato costruito un giardinetto di stile cinese, con tanto di laghetti e ponticelli, un orribile e gigantesco monumento ai successi del socialismo e in particolare alla “pacifica liberazione del Tibet”, un palco per gli spettacoli pop e un picchetto di guardie a presidiare il tutto. Come a dire “questa è roba nostra”. Ma non è e non sarà mai così. Per tacere naturalmente del cartello all’ingresso del museo del Potala, che ne definisce la costruzione come risultato della storica collaborazione fra Cina e Tibet. Un falso storico macroscopico.
Tibet, quel che è rimasto
Ma il viaggio non è stato solo questo: ho visto il cuore di una cultura che avevo già ammirato in altre zone himalayane, e ho assistito a eventi che non avevo avuto altre occasioni di osservare: una puja in un monastero femminile, una puja tantrica, riservata a geshe (maestri) di rango medio alto su contenuti iniziatici, con paramenti e modalità diverse dalle altre, l’ostensione di una gigantesca tankha del Buddha Maitreya sul muro del monastero di Ganden durante una suggestiva cerimonia. E ho avuto modo di osservare il Dibattito, tipico del buddhismo tibetano, a metà strada fra la discussione filosofica e un’arte marziale.
Però l’immagine che mi è rimasta più dentro è quella dei Lung Ta, i Cavalli del Vento, quelle bandierine di garza di cotonella stampate con preghiere che chiunque abbia viaggiato in area himalayana conosce. Il loro scopo è quello di consumarsi al vento portando benedizioni per il mondo. Oggi in Tibet è solo un’azienda cinese che ha licenza per produrle, e lo fa con un tessuto spesso ma soprattutto sintetico, praticamente indistruttibile. Quindi o vengono strappate dal vento, andando a rappresentare una fonte di inquinamento e un potenziale pericolo per l’ambiente e gli animali, oppure vengono successivamente tolte e smaltite bruciandole sul posto, venendo meno al loro scopo e comunque inquinando. Paradigmatico di un Tibet di plastica che i cinesi contrabbandano per autentico.
Torno quindi con sentimenti ancora più contrastanti di quando sono partito. Ma sempre con il Tibet, quello vero, nel cuore, sempre.
E sempre Po Rigzen. Tibet Libero.
Reportage (testo e foto) di Paolo Pobbiati:
Ex insegnante, da quasi quattro decenni è un attivista di Amnesty International, associazione della quale è stato il Presidente dal 2005 al 2009 e per la quale ha ricoperto diversi altri incarichi e cariche nazionali. Nell’ambito di questa attività ha al suo attivo numerosi interventi, articoli e pubblicazioni sul tema dei diritti umani. Ha pubblicato il romanzo “Regine d’Ebano” (Vertigo 2016 e 2025), e “Invasioni di Campo” (Vertigo 2021). E’ un grande appassionato di viaggi e di fotografia. Nell’ottobre del 2020 ha realizzato la sua prima mostra fotografica personale dal titolo “Istantanee di mondi perduti”, esposta a Palazzo Castiglioni a Milano. In agosto e settembre 2023 ha realizzato la mostra “Il divino condiviso” presso la Pieve di San Siro a Cemmo/Capo di Ponte e presso l’Abbazia di Mirasole.