Di Guido Gargiulo*
Ve lo siete mai chiesti perché, negli ultimi due anni, Instagram, YouTube e TikTok si sono riempiti all’improvviso di video di influencer occidentali?
Consapevoli oppure no, ecco come si muovono diffondendo la propaganda di Pechino contro i nostri principi democratici.
Spesso non hanno alcuna competenza pregressa di geopolitica, di Cina, a volte nemmeno di viaggi seri. Di sicuro, però, tornano da Shanghai, Chengdu o Shenzhen con lo stesso identico sguardo stupito e la stessa identica frase sulla bocca: “Non me l’aspettavo, è tutto diverso da come me l’avevano raccontato?”
Seguendo questo fenomeno da un po’, ho iniziato a riconoscere uno schema, una sorta di pattern comune. Non un’impressione vaga, bensì una vera e propria ricetta, con ingredienti fissi, dosi precise e un risultato finale sorprendentemente simile.
Il caso dello streamer IShowSpeed in Cina
Partiamo dall’esempio più virale di tutti, perché è quello che meglio permette di capire il meccanismo. Nell’aprile 2025 Darren Watkins Jr., in arte IShowSpeed – americano, ventenne, decine di milioni di iscritti su YouTube e notoriamente lontano da qualsiasi contenuto politico – è volato in Cina per un tour in diretta streaming durato settimane: Shanghai, Pechino, Henan, Chengdu, Chongqing.

Le sue dirette hanno totalizzato milioni di visualizzazioni e alcune delle sue reazioni sono diventate immediatamente virali. Dal Bund di Shanghai, Speed ha definito la Cina una destinazione turistica sottovalutata, dicendosi sorpreso da ciò che stava vedendo e arrivando a sostenere che quell’esperienza avesse messo in discussione l’immagine della Cina che aveva avuto fino a quel momento.
È proprio qui che il caso diventa interessante: non tanto per stabilire cosa Speed volesse comunicare, quanto per osservare cosa succede quando un content creator percepito come spontaneo, lontano dalla politica e privo di una particolare agenda arriva in Cina e racconta ciò che vede attraverso il proprio stupore.
Sotto i suoi video, i commenti si sono riempiti di frasi quasi identiche fra loro: “Sono stato ingannato dai media mainstream per anni”, “dopo aver visto questo video ho capito quanto fossi stupido nelle mie opinioni precedenti sulla Cina”.
I media di Stato cinesi – Xinhua, Global Times, People’s Daily – hanno poi rilanciato ampiamente il fenomeno.
Il punto non è quindi soltanto il viaggio di un influencer. L’esperienza personale di un creator può finire per assumere, agli occhi di milioni di spettatori, il valore di una sorta di verifica diretta della realtà cinese. E quando ciò che vediamo sembra contraddire ciò che pensavamo di sapere, la domanda diventa quasi automatica: se ci hanno mentito su questo, su cos’altro allora lo hanno fatto?
È qui che un semplice viaggio può trasformarsi, consapevolmente o meno, in qualcosa di più: non più soltanto turismo, ma una narrazione politica costruita attraverso l’esperienza personale.
Influencer occidentali in Cina, la ricetta spiegata bene
Ecco allora lo schema che, mettendo insieme decine di casi simili, sembra emergere con chiarezza quasi imbarazzante.
Primo ingrediente: l’influencer “casuale”. Non un giornalista, non qualcuno con un passato di attivismo politico. Un travel vlogger, un content creator da milioni o soprattutto, con migliaia di follower, qualcuno percepito dal pubblico giovane come autentico e “non di parte” proprio perché privo di credenziali politiche. È la stessa logica per cui, sempre nel 2025, i media di Stato cinesi hanno corteggiato MrBeast e l’italiano Khaby Lame per operazioni simili.
Secondo ingrediente: lo stupore iniziale, filmato in diretta. Il momento clou è sempre lo stesso: l’influencer arriva, guarda lo skyline di Shanghai, i treni ad alta velocità, le metropoli scintillanti e reagisce con sorpresa genuina o costruita. Questo stupore diventa immediatamente comparazione: “Da noi non è così”, “Non pensavo fosse così avanzata”. Ed è esattamente qui – nella comparazione, non nello stupore in sé – che si insinua il primo, sottile dubbio nello spettatore: ma allora, quale sarebbe la realtà?
Terzo ingrediente: l’estetica al posto dell’analisi. Video patinati, luci notturne, cibo di strada, quartieri storici restaurati alla perfezione. È turismo puro, e come tale funziona benissimo. Il problema è che diventa, senza che nessuno lo dichiari apertamente, un argomento politico. Una città bella e ordinata non è una prova di nulla, ma visivamente sembra esserlo.
Quarto ingrediente, il più insidioso: la testimonianza dell’espatriato. Qui la ricetta si fa un filo più sofisticata. Esistono ormai decine di canali gestiti da occidentali – americani, australiani, italiani, spagnoli – che vivono stabilmente in Cina e raccontano la propria quotidianità. Piattaforme come YChina, nata proprio raccogliendo interviste brevi a espatriati occidentali in Cina, hanno superato i 100 milioni di follower complessivi con creator provenienti da oltre 30 Paesi.
Il training camp dello Stato cinese per influencer
E nel luglio 2024 la China Public Diplomacy Association – un ente che dipende direttamente dal Ministero degli Esteri cinese – ha organizzato un vero e proprio training camp per oltre 30 influencer stranieri provenienti da 25 Paesi diversi, portandoli in tour per varie città cinesi. Non è un sospetto, è un fatto documentato.
Il messaggio di fondo di questi canali è spesso simile: “Sì, ci sono aspetti negativi, la censura esiste, il controllo pure, ma onestamente ci si abitua, e in cambio hai sicurezza, ordine, efficienza”.
È qui che dovremmo drizzare le antenne più di ogni altro momento: si comincia timidamente (ma neanche troppo) a costruire una sorta di comprensione verso un sistema autoritario, non più solo curiosità turistica. E la comprensione, ripetuta migliaia di volte in migliaia di video, può diventare lentamente normalizzazione, fino a trasformarsi in una forma di accettazione passiva.
Cheng Lei: “un paradiso chiuso a chiave”
Se cerchiamo un contrappeso vero a tutto questo, non ce n’è uno migliore delle parole di Cheng Lei, giornalista australiana che ha trascorso tre anni in un carcere cinese con accuse legate alla sicurezza nazionale, prima di essere rilasciata.

Cheng Lei descrive la Cina che i turisti e gli influencer vedono come un “paradiso chiuso a chiave”: se sei un visitatore, puoi pedalare per i vicoli, assaggiare il cibo, parlare con la gente del posto, prendere il treno ad alta velocità. Puoi dimenticarti, per qualche giorno, di essere dentro un sistema molto più complesso di quello che il viaggio ti permette di vedere.
È un punto fondamentale. Questi tour organizzati, questi training camp, questi reel pubblicati su Instagram o TikTok e queste dirette da milioni di visualizzazioni producono nella testa di chi guarda da casa un’immagine estremamente selettiva della Cina. E per un pubblico molto giovane, senza gli strumenti critici per distinguere un’esperienza turistica genuina da un’operazione di comunicazione di Stato, quella selezione può diventare la realtà stessa.
Un mix di Influencer locali e stranieri, anche italiani
Sarebbe forse troppo semplicistico dire che ogni influencer straniero sia al soldo di Pechino. Molti di questi creator negano qualsiasi legame istituzionale e, in buona parte dei casi, probabilmente dicono anche il vero.
In Cina gli influencer sono detti wanghong, e quelli occidentali vengono chiamati laowai che significa appunto “stranieri”. I locali usano le piattaforme cinesi Douyin (versione autoctona di Tik Tok vietato in Cina), Weibo e Xiaohongshu, su cui possono pubblicare anche i laowai con contenuti magari diversi da quelli che diffondono sulle piattaforme estere.
I social media cinesi hanno regole diverse rispetto alle nostre, molto rigide su temi specialistici e sensibili come medicina, salute, diritto, finanza ed educazione. Douyin e Weibo controllano i titoli degli utenti prima che pubblichino contenuti in queste categorie. In generale l’occhio di Pechino passa tutto sotto la sua lente, in primis gli argomenti politici o ritenuti tali.
Una propaganda frammentata ma per questo efficace
Il punto sugli effetti generati dagli influencer stranieri non riguarda tanto la singola intenzione individuale. È qualcosa di più sottile. Attraverso decine di reel, TikTok e testimonianze di italiani, spagnoli, americani o australiani che vivono in Cina da anni, può lentamente insinuarsi l’idea che i nostri valori – la libertà di stampa, il pluralismo politico, il dissenso, le libertà individuali – siano in fondo sopravvalutati, o addirittura il risultato di un nostro bias nel modo in cui guardiamo alla Cina.
Ed è qui che la questione diventa ancor più delicata.
Un’autocrazia come quella di Xi Jinping può cominciare a essere percepita non più come un sistema politico radicalmente diverso, ma come un modello sul quale discutere, trovare compromessi, riconoscere “vantaggi”.
L’ordine, la sicurezza, l’efficienza delle città, i treni ad alta velocità e la crescita tecnologica diventano così elementi attraverso cui giudicare un intero sistema politico.
Il processo non ha bisogno di essere esplicito. È rapido, frammentato e perfettamente compatibile con il funzionamento dei social e della loro velocità, nonché voracità: pochi secondi, un video, una testimonianza; poi un altro video, un altro punto di vista, un’altra persona che vive in Cina e racconta quanto la propria vita sia diversa da quella che immaginava prima di trasferirsi. Pezzetto dopo pezzetto, testimonianza dopo testimonianza, l’immagine si consolida.
E forse è proprio questo il vero obiettivo della comunicazione contemporanea: non convincerci necessariamente che la Cina sia migliore “per definizione”, ma convincerci che dovremmo mettere in discussione la nostra stessa idea di ciò che significa vivere bene, essere liberi e scegliere il proprio sistema politico.
Non è più soltanto “guardate quanto è moderna la Cina”. Diventa: “guardate quanto vi hanno raccontato male la Cina”. E, passo dopo passo, può arrivare una conseguenza ancora più radicale: forse la realtà cinese che vediamo attraverso questi video è quella autentica, mentre la nostra percezione dell’Occidente è quella manipolata.
Vero obiettivo di Pechino: insinuare il dubbio su di noi
È qui che il confine tra curiosità, comunicazione e propaganda diventa estremamente sottile. Perché il dubbio, in sé, è sano. Ma se viene alimentato sistematicamente nella stessa direzione, può finire per produrre l’effetto opposto al pluralismo che apparentemente celebra: l’idea che esista una sola verità autentica, quella raccontata da Pechino, e che il resto del mondo viva invece dentro una gigantesca illusione.
La propaganda più efficace, forse, non è quella che ci dice cosa pensare. È quella che ci porta a dubitare di tutto ciò che pensavamo di sapere, fino a suggerirci che la vera “dittatura del pensiero unico” non si trovi in Cina, ma fuori dalla Cina.
È una ricetta collaudata, economica e straordinariamente efficace. Non ha bisogno di dirci esplicitamente cosa pensare. In pochi secondi, come un Tik Tok, il pensiero viene plasmato, scavando come pioggia, goccia dopo goccia, una frattura, una spaccata che crea disorientamento.
Come scriveva Hannah Arendt, quando la distinzione tra vero e falso si dissolve, la realtà stessa diventa manipolabile. Ed è proprio in quel buio che Pechino può insinuare la propria verità.
* Guido Gargiulo – leggi la sua bio
L’immagine di apertura è tratta da Immagine dall’ASPI report “Borrowing mouths to speak on Xinjiang”







