Spaventosa, terribile, così raccapricciante da non crederci. Ma la pratica del prelievo forzato di organi in Cina esiste ancora e si compenetra con un sistema di potere totalitario che disprezza gli esseri umani, invece di tutelarli.
A dimostrarlo è l’atto S.4009, approvato all’unanimità lo scorso 28 settembre dal Senato degli Stati Uniti. Si tratta del Falun Gong and victims of forced organ harvesting protection act, un disegno di legge bipartisan introdotto al Congresso dai senatori Ted Cruz e Jeff Merkley per contrastare e sanzionare proprio l’estrazione di organi a danno dei membri della noto culto bandito in Cina.
Va inoltre ricordato che solo un anno fa è stato carpito un dialogo tra Xi Jinping e Putin sui trapianti d’organi per raggiungere l’immortalità o almeno i 150 anni di età. Lo stralcio di conversazione ha suscitato ilarità, ma doveva essere preso più sul serio, perché questi dittatori vorrebbero davvero vivere per sempre e comandare all’infinito.
E dopo essere riusciti a bypassare qualsiasi ostacolo esterno per restare al potere – cambiando le reciproche Costituzioni per allungare a vita i loro mandati – la vera lotta adesso è quella contro il tempo, che anche nei film gioca sempre a sfavore del villain, ovvero il “cattivo”. Forse perché col tempo tutte le malefatte e le bugie vengono smascherate, ma anche perché, come tutte le risorse, anche il tempo non basta mai, soprattutto quello per sconfiggere i rivali e comprare consenso.

Cina, tra sogni di immortalità e pratiche brutali
Cosa ancora più sconcertante, questa interazione da film horror è parsa del tutto normale per i due autocrati.
D’altra parte in Cina si trapiantano organi come si sostituiscono pezzi di ricambio delle auto. L’approvvigionamento è garantito a tutti o almeno a chi si può permettere di pagare una cifra ingente, grazie alla riserva illimitata di organi rappresentata dai condannati a morte. Anzi, dal loro corpo più o meno inerte.
C’è poi il mito cinese degli otto immortali, uomini un po’ deformi che vivono in cima a una montagna remota e si spostano a bordo di una nuvola. All’ultimo summit dei BRICS in India, Xi però è andato in aereo ed è sembrato anche parecchio traballante. Pare infatti sia rientrato in Cina in tutta fretta. C’è chi ha parlato di ischemia e lo dava quasi per spacciato.
Solo pochi giorni dopo, il 24 settembre, Xi e la moglie Peng Liyuan sono stati accolti con tutti gli onori da Trump e dalla consorte Melania. Per l’importante occasione il presidente cinese è apparso in forma discreta, o comunque ristabilito. Vista l’età, la stazza e la pressione cui è sottoposto, in fondo non è sembrato passarsela male, salvo apprendere, da notizie trapelate a distanza di una settimana, di lunghissime pause tra un incontro e l’altro, che Xi e il suo entourage avrebbero chiesto durante la visita a Washington.
Contrariamente alla vulgata che descrive un Partito Comunista Cinese (PCC) benefattore del popolo, dietro la facciata benevola si nascondono pratiche brutali.
Mi riferisco a sfruttamento del lavoro, tortura – che la Cina non ha mai davvero abbandonato, soprattutto all’interno delle carceri – e repressione politico-ideologica di dissidenti, attivisti o semplici esponenti delle minoranze, in particolare di quella uigura.
Rischi: IA, biotecnologie e la lezione mai appresa dalla pandemia
Abbiamo già visto cosa la Cina di Xi sia stata capace di scatenare nel 2020, quando la priorità di non “perdere la faccia” per il coronavirus impazzito e fuoriuscito – ancora oggi non si sa da dove – ha causato una pandemia mondiale e milioni di morti. Eppure miliardi di persone e governi di tutto il mondo sembrano averlo dimenticato o non farci più caso.
La Cina non condivide informazioni che la riguardano e che sono fondamentali per il resto del mondo, spesso falsificando dati sensibili. Questo ci deve allertare sul pericolo di stringere accordi con chi non ha uno stato di diritto e non riconosce principi che hanno fatto così tanta fatica a imporsi nelle democrazie e che oggi rappresentano l’unico argine al caos.

Un simile monito vale anche per ambiti come l’Intelligenza Artificiale (IA), i cui rischi reali o presunti molto hanno fatto parlare nell’ultimo periodo. Siamo abbastanza consapevoli che la tecnologia biometrica può essere applicata al controllo e alla sorveglianza. Sappiamo molto meno, invece, della biotecnologia e in particolare delle ricerche su virus letali, colture di cellule staminali e produzione di organi artificiali in laboratorio. Queste ultime dovrebbero impensierirci di più per i potenziali rischi e per le implicazioni di cui abbiamo già avuto un tragico assaggio.
Dietro l’inedita immagine di coolness che la Cina sta cercando di proiettare con l’aiuto di compiacenti influencer, cinesi e non, si celano pratiche che fanno sembrare il Dr. Frankenstein un novellino dal cuore tenero o una specie di autodidatta della risuscitazione.
Certo ci vorranno ancora parecchi anni prima che un organo artificiale possa essere impiantato con successo all’interno di un corpo, ma per sua ammissione il governo cinese ha già espiantato milioni di organi dai corpi dei condannati a morte. Con queste premesse e .limiti etici di fatto inesistenti, è difficile immaginare cosa la Repubblica Popolare non sarebbe disposta a fare pur di ottenere il primato in un determinato ambito, o un vantaggio sensibile sulle potenze rivali.
Prelievo forzato di organi in membri del Falung Gong e prigionieri di coscienza
Quello del prelievo forzato, illegale o para-legale, di organi in Cina è un tema di cui si parla molto poco e non certo per un caso. E sebbene il prelievo di organi dai detenuti sia unanimemente considerato una violazione dei diritti dei carcerati, si tratta purtroppo di una pratica che il governo cinese ha attuato alla luce del sole. O quasi. Perché rimangono dubbi sulle fonti di approvvigionamento, sulle modalità di prelievo e sui canali di “distribuzione”.
Condannati a morte si diceva, ma quali nello specifico? E per quali reati? Solo loro? Ma soprattutto: siamo sicuri che l’espianto avvenga dopo la morte e non anche prima? Per rispondere alla prima domanda, anche se il ministero della Giustizia non lo ha mai ammesso, il principale bacino di donatori di organi non consenzienti – già solo questo appare incredibile – è quello dei cosiddetti “prigionieri di coscienza” (prisoners of conscience). Tra loro ci sono molti condannati per terrorismo, pretesto che la Cina adotta per giustiziare non solo pericolosi assassini e criminali, ma anche persone che si sono macchiate di “reati ideologici”.
Fino all’ascesa al potere di Xi Jinping (2013), il principale bacino di rifornimento di organi in Cina è stato rappresentato dagli adepti del Falun Gong, noto anche come Falun Dafa, un movimento spirituale sincretico fondato da Li Hongzhi nel 1992, ispirato alle tecniche di respirazione tradizionali e ai principi di Buddhismo e Taoismo. Il Falun Gong, che alla fine degli anni ’90 avevaraggiunto circa 70-100 milioni di seguaci, è stato messo al bando dal regime cinese nel 1999. I suoi adepti sono stati oggetto di una lunga e feroce campagna denigratoria da parte del PCC.

Prelievo forzato di organi in uiguri e altre minoranze
Dopo aver decimato la membership del Falun Gong, il regime cinese si è scagliato contro le minoranze etniche, specialmente gli uiguri della provincia autonoma dello Xinjiang o Turkmenistan, e altre minoranze musulmane turcofone.
Indagini condotte dal think tank China Tribunal hanno addotto prove ritenute credibili sull’espianto forzato all’interno di enormi “campi di rieducazione” che il governo cinese ha allestito per confinare e controllare elementi considerati pericolosi, ovvero indipendentisti, separatisti, ma anche semplici intellettuali che rivendicavano il diritto di poter parlare liberamente della loro cultura.
Riportare cifre reali per definire la scala del fenomeno è impossibile perché il PCC che tutto sorveglia non comunica i numeri e non condivide dati.
Si sa tuttavia che la Cina è il maggiore esecutore di pene capitali al mondo: Amnesty International parla di 2,707 esecuzioni nel 2025, un aumento del 78% dalle 1,518 esecuzioni del 2024. E ha stimato che dal 2017 è stato internato nello Xinjiang oltre 1 milione di musulmani uiguri e kazaki.

Cina, la banca organi più grande al mondo
Questi dati, uniti alle testimonianze di ex-prigionieri e dissidenti perseguitati, potrebbero spiegare come il Paese asiatico possa avere la banca organi più grande al mondo, considerato anche il tasso proporzionalmente basso di donazioni volontarie sia in vita che post-mortem. Nel 2025 la Cina ha registrato 6.931 donazioni post-mortem (nel 2024 i casi totali di donazione erano stati 11.249, compresi i donatori viventi) . E nel 2025, secondo i dati ufficiali, sono stati eseguiti circa 25.799 interventi di trapianto di organi.
Indagini promosse da organismi internazionali, commissioni indipendenti e risoluzioni del Parlamento Europeo sostengono che il numero reale di trapianti eseguiti in Cina sia di molto superiore a quello ufficiale, tra le 60.000 e le 100.000 operazioni l’anno. Tali rapporti ipotizzano l’esistenza di un mercato parallelo alimentato dal prelievo forzato di organi ai danni di detenuti o prigionieri di coscienza.
Inoltre, diversi ospedali cinesi continuano a pubblicizzare tempi di attesa di poche settimane o persino di alcuni giorni per un trapianto, a fronte degli anni necessari nei sistemi sanitari dei Paesi avanzati. A questo si aggiunge il persistente e macabro turismo dei trapianti.
Background: prima del Covid e dopo il Covid
Come spesso accade quando si parla di Cina, bisogna stare molto attenti alla differenza tra ciò che è ufficiale e ciò che è ufficioso. Inoltre, come anticipato, esistono un’era B.C. e una A.C.: pre-Covid e post-Covid.
Attraverso la pandemia da Sars-Cov2 la Cina ha più o meno involontariamente testato il livello di tolleranza del mondo globalizzato alle sue intemperanze, potendo costatare che la soglia è effettivamente molto alta. L’inchiesta della commissione OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) non ha portato quasi a niente, anche per la quasi totale mancanza di collaborazione da parte delle autorità cinesi.
I timidi tentativi di richiesta di un risarcimento per le ingenti perdite – di vite umane in primo luogo che avrebbero potuto essere evitate se solo l’allarme fosse stato diffuso in modo tempestivo – non hanno portato a nessun risultato apprezzabile. Sono caduti come birilli che si arrendono a una forza inarrestabile.
Un paper del 2007 dell’avvocato Joan E. Hemphill informa che la pratica di prelevare organi dai condannati a morte è stata autorizzata per la prima volta dal regolamento cinese del 1984 intitolato “Norme provvisorie relative all’utilizzo di cadaveri o organi provenienti dai cadaveri di criminali giustiziati”.
Essa è stata ampiamente sfruttata dal governo cinese fino al 2015, anno in cui le autorità giudiziarie – su pressione della comunità internazionale – vi avrebbero formalmente messo fine.

Detention and Torture in the Chinese Communist Party’s Shuanggui System © 2016 Yarek Waszul for Human Rights Watch
Il 2007 equivale a un’era geologica fa nei rapporti del mondo con la Cina e soprattutto nel livello di trasparenza che il mondo si aspetta(va) dalla Cina. Nel 2007, un anno prima delle Olimpiadi di Pechino e tredici anni prima della pandemia da Covid-19, i rapporti di medici e gli stessi organi di informazione cinesi evidenziavano gravi lacune, sia nel testo che nell’applicazione, della normativa cinese sul prelievo di organi.
La mancanza di parametri giuridici chiari e l’assenza di misure standard di attuazione non solo hanno creato problemi di interpretazione e applicazioni errate, ma si sono tradotti in abusi fisici ai danni dei detenuti. In più lo stesso studio avverte che la grande opacità era ulteriormente aggravata dalla consuetudine documentata della Cina di vendere gli organi dei detenuti sul mercato nero, in particolare quello destinato ad acquirenti stranieri.
Sono gli stessi dati sulla brevità delle liste cinesi di attesa per un trapianto – le più brevi al mondo – a fronte del numero molto basso di donatori, a far ritenere più che plausibile che il Paese non abbia mai smesso di espiantare organi dai condannati (vivi o morti), nonostante abbia dichiarato di averlo fatto undici anni fa.
Business privato di organi
Molti indizi portano a ritenere che dentro e intorno al sistema carcerario cinese vi sia un business molto lucrativo incentrato sul commercio privato di organi, che innesca un turismo dei trapianti. Pazienti in lista d’attesa arrivano a spendere anche centinaia di migliaia dollari per un trapianto, e pare che il business così fiorente e i profitti esorbitanti da esso scaturiti arrivino addirittura a condizionare tempistiche, modalità e numero di esecuzioni, per non parlare delle condizioni generali dei condannati.
Le esecuzioni aumentano in corrispondenza delle festività del calendario lunare. I condannati spesso vengono tenuti in vita per garantire una maggiore facilità di espianto o condizioni migliori degli organi. Le esecuzioni (per fucilazione) coinvolgono parti diverse del corpo a seconda dell’organo richiesto.
Cheng Peiming, unico cittadino cinese sopravvissuto a un espianto di una sezione del fegato e del polmone e praticante del Falun Gong, è riuscito a lasciare la Cina nel 2020. È dagli Stati Uniti che ha di recente testimoniato la tortura subita, mostrando le cicatrici e illustrando gli effetti collaterali.
Le varie inchieste sul prelievo forzato di organi in Cina
Sulla piattaforma del già citato chinatribunal.com, presieduto dall’avvocato Sir Geoffrey Nice con sede a Londra, si legge:
“Da anni, in tutta la Cina, viene praticato il prelievo forzato di organi su vasta scala, e i praticanti del Falun Gong ne hanno costituito una – e probabilmente la principale – fonte di approvvigionamento.
La persecuzione sistematica e i test medici a cui sono sottoposti gli Uiguri sono fenomeni più recenti; è possibile che, a tempo debito, emergano prove di prelievi forzati di organi anche ai danni di questo gruppo.
Il Tribunale non ha riscontrato alcuna prova dello smantellamento della vasta infrastruttura legata al settore dei trapianti in Cina e, in assenza di una spiegazione soddisfacente circa la provenienza degli organi prontamente disponibili, conclude che la pratica del prelievo forzato di organi prosegue tuttora”.
A proposito della persecuzione, delle torture e dei prelievi forzati di organi ai danni delle minoranze, in particolare di quella uigura, va detto che il meccanismo che colpisce gli individui appartenenti a questo gruppo etnico è uno spaventoso quanto prodigioso esempio di efficienza del PCC.
Lo ha ampiamente documentato Ethan Gutmann, scrittore, ricercatore specializzato in diritti umani e Senior Research Fellow in studi sulla Cina presso la Victims of Communism Memorial Foundation, autore del libro The Xinjiang Procedure, pubblicato nel marzo 2026: un vero e proprio reportage scaturito dai suoi viaggi in Xinjiang effettuati in incognito e sotto copertura.
L’autrice del già citato paper pubblicato nel 2007, Joan E. Hemphill, sul Washington International Law Journal, evidenzia un problema annoso e comune nella diffusione dei diritti umani in Cina:
la tendenza a invocare riforme generiche piuttosto che soffermarsi in modo concreto e fattuale su casi specifici, concentrandosi su obiettivi realistici e a breve termine.

In Cina può avere successo solo un simile approccio, pragmatico e scevro dalla superiorità morale considerata poco efficace già nel 2007, ma che nel 2026, in piena era Trump, è del tutto controproducente. Di fatti, i timidi progressi registrati sino a oggi sul tema dei diritti umani e della tutela delle minoranze dipendono proprio da un’infausta combinazione di fattori, attori e circostanze, aggravata dalla tolleranza – quando non vera e propria connivenza – che molti partner economici hanno dimostrato nei confronti della Cina.
Xi Jinping è sicuramente parte del problema, ma più come sintomo che come causa.
“Salvate i bambini”. Dalla politica del figlio unico alle pratiche sui neonati
Il primo romanzo cinese moderno scritto in cinese volgare, e uno dei più noti, è Diario di un pazzo (Kuangren Riji) di Zhou Shuren, meglio conosciuto come Lu Xun (1836-1918). Il “pazzo” protagonista del racconto precipita in una psicosi persecutoria che lo convince di essere circondato da cannibali che lo vogliono mangiare. Con la metafora del cannibalismo Lu Xun denuncia la società confuciana e la classe dirigente imperialista e oscurantista del suo tempo, che divora gli individui reprimendone la vitalità, il senso critico, la libertà. Il romanzo si chiude con l’appello disperato del protagonista e dello stesso autore a uscire dall’inerzia: “salvate i bambini”, il futuro, da un destino che appare altrimenti segnato.
Più di settant’anni dopo quell’appello si è trasformato in una smorfia di disgusto. Nel suo Il paese dell’alcol (Jiu Guo) del 1992, Mo Yan aggiorna la metafora del cannibalismo e la critica di Lu Xun, orientandola verso un’inedita società cinese dei consumi dove la “politica del figlio unico” ne è una cannibalistica manifestazione. Uno dei piani narrativi che contraddistingue il complesso romanzo vede un ispettore recarsi a Jiu Guo per indagare sulla presunta specialità culinaria del luogo, la “carne di neonato”. Ma realtà e allucinazione provocata dall’alcol si confondono, impedendo al protagonista di scoprire se il piatto in questione sia veramente quello che il nome lascia intendere.
Nella Cina odierna, sempre più aperta al mondo eppure paradossalmente sempre più ermetica, la stessa chiusura contribuisce a creare voci al confine con la cospirazione che sembrano difficili da provare e impossibili da smentire.
Una di queste, attribuita a whistleblower (segnalatori di illeciti) interni agli ospedali militari cinesi, è quella secondo cui neonati concepiti e fatti nascere prematuramente sarebbero usati con l’unico scopo del prelievo di organi. Le dimensioni ridotte e il basso numeri di anticorpi li renderebbero ancora più adatti ai trapianti.
Negli ultimi mesi, l’International Organization to Investigate the Persecution of Falun Gong (WOIPFG) e organi di informazione affiliati, come NTD News, hanno accusato il Governo cinese e l’ospedale Renji di Shanghai di prelevare organi ai bambini appena nati.
Tali rapporti sostengono che reti clandestine ricorrano alla maternità surrogata forzata o a metodi illeciti per procreare neonati destinati specificamente a fornire organi per riceventi delle élite cinesi.
Tuttavia, le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International, Human Rights Watch e gli investigatori delle Nazioni Unite non hanno finora raccolto prove sufficienti a confermare queste gravissime accuse.
Pochi donatori volontari in Cina, sfiducia verso lo Stato.
Si è detto che i cittadini cinesi non concedono volentieri il permesso per l’espianto e la donazione dei propri organi. Rilevazioni incrociate evidenziano dati molto bassi, seppure in timida crescita rispetto al passato:
solo il 15% della popolazione adulta decide in modo definitivo di donare gli organi dopo la morte, con un 74% che si dichiara ancora indeciso e un indice di “disponibilità teorica” che oscilla tra il 47% e il 47,5%.
Un dato non così estremo ma di certo paragonabile riguarda anche una parte dell’Italia. sebbene nel 2025 l’Italia si sia collocata al secondo posto per tasso di donazione tra i grandi Paesi europei comparabili per popolazione e per complessità del sistema sanitario, come in molti altri settori, anche in quello del consenso sulla donazione post-mortem degli organi (il cosiddetto “indice del dono”) la nostra penisola è spaccata in due.
Indice del dono: Italia divisa in due, tra Nord e Sud
Si va dalle percentuali elevate di Trentino, Piemonte e Sardegna – con punte che sfiorano l’80% nelle città di Trento e Sassari – a quelle molto basse di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, con percentuali di rifiuto che toccano o addirittura sfiorano il 50% nel caso di Foggia, Crotone e Caltanissetta.
Cosa accomuna due realtà così remote? La stessa diffidenza nei confronti dello Stato e la mancanza di fiducia per la società nel suo complesso. Se infatti si interpellano gli impiegati addetti al rilascio delle carte d’identità che raccolgono il consenso o il diniego in materia, emergerà che proprio come in Cina il motivo non è religioso, e che nemmeno le persone più anziane si preoccupano di farsi trovare pronte in vista della “resurrezione delle carni”.
La questione è sociale e civica: queste persone temono che dare il loro consenso possa tradursi in un espianto forzato in vita. E per quanto possa sembrare grottesca, l’ipotesi non è poi così remota se si guarda quello che succede in Cina o in altri paesi in via di sviluppo, dove traffico e mercato nero di organi sono una macabra realtà.
Milioni di campani, calabresi, pugliesi e siciliani si percepiscono in pericolo, in un territorio che pensano di condividere con chi sarebbe disposto a prelevare i loro organi “a tradimento”, come succede a chi vive in Cina e nei Paesi del “Sud Globale”.
Dalla situazione in Calabria alla Russia di Putin

Un esempio. Dopo la terribile stagione dei sequestri che hanno interessato l’Aspromonte, a Reggio Calabria sono poche le cose di cui – anche inconsciamente – non si ritiene capace la ‘Ndrangheta. Sono noti diversi casi in cui i clan del reggino hanno convinto o costretto sotto minaccia chirurghi e luminari a effettuare interventi su boss latitanti che, per ovvi motivi, non potevano essere ricoverati.
Se questo livello di paranoia vi ricorda qualcosa forse è proprio perché in Cina, ma anche in Russia le informazioni di interventi chirurgici sui potenti sono altamente riservate e top-secret.
Il caso di Darya Shipilova, la ricercatrice ventottenne morta tra l’1 e il 2 ottobre per essere stata contagiata da quella che si ritiene una forma di peste polmonare mentre lavorava nell’istituto di Shelekhov, nella regione di Irkutsk nella Siberia sud-orientale, dimostra che la segretezza patologica che caratterizza tutte le azioni della Russia contraddice i principi stessi della scienza e mette nuovamente a rischio il mondo intero.
Secondo gli studiosi, il pericolo potrebbe anche essere calcolato e scientemente cercato nell’attuale scenario di guerre sempre più ibride e sempre più sporche.
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*L’immagine di copertina è presa da HUMAN HARVEST: CHINA’S ILLEGAL ORGAN TRADE. Documentary by Leon Lee, Flying Cloud Productions, 2014, Canada.







