Lo scorso 26 agosto una valanga di ghiaccio, roccia e detriti ha travolto il nord del Nepal e la contea tibetana confinante di Gyirong. Emanuele Assini, responsabile dell’ong ASIA a Kathmandu, analizza nel dettaglio questo disastro apocalittico per Soul Digger. Con il supporto dei dati forniti da Nabaraj Acharya, direttore dei programmi sul campo, ci parla delle condizioni delle vittime, di danni, eventi precedenti, allarmi inascoltati su cambiamento climatico e ghiacciai, prevenzione, tipi di intervento umanitario necessari. Con un appello: finita l’emergenza, non lasciateci soli.
Di Emanuele Assini
Kathmandu – Un’emergenza non si esaurisce in un intervento breve, perché i soccorsi salvano vite nelle prime settimane, ma sono gli anni successivi a decidere se una comunità si è ripresa o è diventata più vulnerabile di prima. Di solito, l’attenzione internazionale su eventi come questo dura poche settimane, la ripresa invece richiede anni.
Come ASIA, siamo in Nepal dal 1998. Dopo il terremoto del 2015 siamo rimasti nel distretto di Rasuwa, adesso il primo a venire colpito da quello che è stato anche definito “lo tsunami del Nepal” e nuovamente distrutto, in una situazione ancor più vulnerabile rispetto a quella lasciata dal sisma. Un’apocalisse.

Mattina del 26 agosto 2026, dinamica della valanga e dell’inondazione
Il 26 agosto una massa di ghiaccio, roccia e materiale di versante (rock-ice avalanche) è collassata sul lato settentrionale del massiccio Langtang Lirung, in Nepal vicino alla frontiera con il Tibet, ma non è stato il semplice svuotamento di un lago glaciale a provocare la valanga, come si è letto nei primi giorni.
L’energia liberata ha prodotto un segnale sismico equivalente a magnitudo 5,2, che per alcune ore ha fatto pensare che l’evento fosse stato originato da un terremoto. Era il contrario: lo United States Geological Survey ha chiarito presto che il segnale veniva dal collasso stesso, cioè non si trattava di un terremoto che aveva provocato una frana ma di una frana grande abbastanza da registrarsi come terremoto.
La valanga ha innescato un’inondazione-lampo (flash-flood) che ha devastato l’area tra Tibet e Nepal. L’onda di acqua, fango e detriti, alta fino a 8-10 metri, è entrata in Nepal perché il fiume Lhende confluisce nel Bhote Koshi al valico frontaliero di Rasuwagadhi, che poi si immette nel fiume Trishuli, travolgendo in sequenza i distretti nepalesi di Rasuwa, Nuwakot, Dhading e Chitwan.
Prima ha preso in pieno Timure, villaggio nepalese al confine, poi la cittadina di Syabrubesi da cui partono i bellissimi trekking del Langtang. Da lì la massa è scesa per 130 chilometri nel fondovalle generando il flusso che ha attraversato il porto commerciale cinese di Gyirong e Rasuwagadhi, per poi proseguire appunto lungo i fiumi Bhote Koshi e Trishuli.
Le immagini satellitari analizzate dopo l’evento mostrano che quella porzione di montagna stava accelerando la sua discesa nelle settimane precedenti. Il movimento era in corso ed era osservabile. Solo che nessuno lo stava leggendo in tempo reale per lanciare un avviso alle comunità a valle.

Danni. Interrotta la principale via commerciale con la Cina
A Rasuwagadhi ha portato via il ponte Miteri, localmente noto come “ponte dell’amicizia fra Nepal e Cina”, ha rovinato il porto secco o terminal doganale di Timure per circa il 60% e ha distrutto una sessantina di veicoli parcheggiati al confine, fra container e auto elettriche in attesa di entrare in Nepal. Il valico verso il Tibet per quest’anno è chiuso.
La strada Betrawati–Rasuwagadhi, principale arteria commerciale e logistica terrestre, che collega Kathmandu al confine con la Cina (Tibet), è stata cancellata per tratti lunghi, e fra Syabrubesi e Rasuwagadhi è rotta in più di dieci punti. Il traffico a senso unico è ripartito dopo tredici giorni, con un Bailey bridge provvisorio da 91 metri tirato su con supporto cinese.
Nei primi giorni si è lavorato quasi solo con gli elicotteri, e anche quello è stato un problema, perché l’acqua aveva portato via l’eliporto di Timure e i mezzi non potevano scendere dove servivano di più.
Impianti energetici distrutti
Sono stati colpiti 14 progetti di tipo idroelettrico e solare, per circa 748 megawatt, fra cui la diga della Rasuwagadhi da 111 MW. Le centrali dei corridoi Rasuwagadhi, Chilime e Trishuli sono fuori servizio. In quei cantieri lavoravano centinaia di operai. Circa 900 risultano dispersi e 121 intrappolati nei tunnel. Fra i dispersi ci sono anche 28 poliziotti, nove della postazione frontaliera di Timure.
Dopo il terremoto del 2015, l’onda colpisce gli stessi villaggi
Haku, Uttargaya, Aamachhodingmo, Gosaikunda sono tra le zone del distretto di Rasuwa più colpite dal terremoto di 11 anni fa e ora dalla valanga.
Nabaraj Acharya, il nostro Progamme Director che lavora con ASIA da 16 anni, ci ha confermato: “Tutti gli insediamenti lungo il fiume abitati dalle famiglie di Haku sono stati spazzati via. Dopo il sisma, le famiglie sfollate hanno vissuto per 11 anni in rifugi temporanei lungo le rive del Trishuli, in attesa di un posto dove ricollocarsi, ma il 26 agosto hanno perso tutto una seconda volta.
Questo dato è importante sia per la gravità dei danni subiti dalla stessa comunità in poco più di un decennio, sia perché significa che dopo questa tragedia il nostro lavoro non si fermerà all’emergenza. A causa di tutti i terreni e delle abitazioni perse, e del numero enorme di sfollati, la questione della ricollocazione sarà complessa. Non dovremo solo portare tende, ma capire cosa si può fare effettivamente per non creare ulteriori vulnerabilità.

Migliaia di bambini tra gli sfollati più vulnerabili
I bambini si trovano nelle condizioni più difficili. L’Education Cluster dell’AIN (Association of International NGOs) conta che l’istruzione è interrotta per 9.732 studenti in 32 scuole fra Rasuwa, Nuwakot e Dhading: alcune distrutte, altre sepolte dal fango, altre trasformate in centri di accoglienza. A Uttargaya tre di queste ospitano circa 440 persone.
Ci sono ancora genitori che non sanno dove siano i figli o bambini che non trovano i genitori.
Con urgenza bisogna garantire sostegno psicologico e protezione ai minori, e spazi dove i bambini non stiano in mezzo al dolore degli adulti.
Danni economici
Gli effetti nefasti sull’economia dureranno anni. Secondo le stime, risultano persi oltre 1.800 ettari di terreno agricolo e 7.686 tonnellate di produzione alimentare.
A Rasuwa la maggior parte delle famiglie campa di piccoli appezzamenti e di allevamento, con raccolti che non coprono dodici mesi e il sostegno di qualche parente che manda i soldi dall’estero, le rimesse.
Il 26 agosto tanti contadini hanno perso nello stesso giorno il raccolto, le sementi, gli animali, gli attrezzi e la strada per arrivare al mercato.
Se si ricostruiscono le case senza ristabilire ciò che dà loro reddito, queste famiglie rimarranno dipendenti dagli aiuti oppure saranno costrette a emigrare.
Scarsità di acqua pulita
Le reti idriche sono danneggiate. Migliaia di persone ammassate in scuole, monasteri, edifici di fortuna, sono costrette a usare bagni pensati per venti persone.
Almeno 22.000 bambini hanno bisogno urgente di acqua potabile e servizi sicuri, e nel giro di poche settimane alle conseguenze dell’inondazione potrebbero sommarsi epidemie trasmesse dall’acqua sporca.
Temo che ciò avvenga quando la comunità internazionale si sarà già dimenticata del Nepal.
Rischio di una seconda piena
Entro lo scorso 30 agosto il lago formatosi dopo il collasso del ghiacciaio si è in gran parte svuotato attraverso canali naturali. A oggi non risulta nessun nuovo allarme ufficiale su quello sbarramento.
Però, il pericolo resta: la stagione dei monsoni è in corso, i versanti sono instabili, gli alvei sono carichi di sedimenti che alzano il livello dell’acqua, le infrastrutture sono indebolite.
Il rischio di un’altra tragedia simile riguarda l’intero Nepal.

Intervento umanitario: insufficienza di personale locale
ASIA in questo momento è presente a Uttargaya, dove sono arrivati materiali da molte organizzazioni, senza personale sufficiente per seguirne la distribuzione. Il governo locale è immerso nei soccorsi fino al collo ma non può farcela da solo, anche perché molti ufficiali governativi sono rimasti vittime del disastro.
I nostri colleghi in campo stanno lavorando da giorni con le autorità per supportare la distribuzione di materiali di altre organizzazioni, verificando chi ha ricevuto cosa e a chi non sono arrivati aiuti.
Un camion che scarica materiali davanti al municipio locale non è una distribuzione, è un “tick the box” amministrativo.
In cooperazione si parla tanto di “indicatori per misurare il successo degli interventi” che facciamo, ma onestamente nelle tante emergenze che ho visto qui in Nepal, questi indicatori restano spesso concettuali.
Durante tutti i primi giorni dell’emergenza abbiamo ricevuto ogni giorno informazioni dai nostri colleghi sul campo sui bisogni delle comunità sfollate e ospitate in 3 scuole di Uttargaya. E ogni giorno da Kathmandu ci siamo mossi per cercare di rispondere velocemente.
Ben 30 organizzazioni erano arrivate simultaneamente nella stessa municipalità! Quindi, abbiamo deciso che la cosa migliore fosse inviare più personale a supporto del governo locale nelle distribuzioni e nella raccolta dati, piuttosto che spendere soldi in materiali comprati a caso.
Tra l’altro, moltissimi materiali, come ad esempio le tende, sono ormai esauriti in tutto il mercato nazionale, e ci sarà bisogno di importarle, probabilmente dall’India.
Accoglienza complessa degli sfollati
Invece, siamo intervenuti direttamente nella capitale, Kathmandu, dove sono arrivati molti sfollati dei quali nessuno si stava occupando in modo organizzato.
Abbiamo comprato e distribuito coperte e materassini per 410 persone: una parte sta allo Yellow Gumba, il monastero di Swayambhu, e un’altra è ospitata in case di parenti e conoscenti sparse per la città.
Questa seconda categoria, degli sfollati al riparo da conoscenti, è quella che rischia di restare fuori da tutto, perché non è in un centro di accoglienza, non compare negli elenchi ufficiali e nessuno la va a cercare.
Se una famiglia ha trovato un cugino a Kathmandu che la ospita, dal punto di vista dei registri non è un problema di nessuno. Con il Tibetan Welfare Office stiamo appunto ricostruendo nucleo per nucleo chi è arrivato dove.
I numeri crescono di giorno in giorno, perché continuano ad arrivare famiglie dai distretti colpiti. Continueremo a occuparci delle distribuzioni e a girare casa per casa per stilare un elenco aggiornato. La gente si sposta anche nell’arco di ventiquattr’ore, senza una lista precisa finiremmo per dare due volte alle stesse persone e mai a chi è appena arrivato.
Fra gli sfollati ci sono molte famiglie delle minoranze tibetane e tamang (gruppo etnico di origine tibeto-birmana, ndr.). Centinaia sono state evacuate nei monasteri buddisti nella valle di Kathmandu o da parenti e conoscenti. Diverse indossano ancora gli abiti di quando sono fuggite. Non esistono registri di tutti i danni che hanno subito.
Quale programma di ricostruzione potrà restituire loro case, documenti, monasteri, oggetti religiosi, archivi di famiglia?

Reti di supporto psicologico
A Rasuwa, dove ASIA ha intenzione di concentrare le proprie risorse, abbiamo deciso che in questo momento, almeno fino a quando non si riuscirà ad accedere a Syabrubesi e nella municipalità rurale di Aamachhodingmo, dobbiamo concentrare le nostre forze cercando di supportare la popolazione colpita non solo con materiali, ma con delle reti di supporto.
Abbiamo deciso di attivare un network di sostegno psicosociale che stiamo impostando con un professionista nepalese, perché non è un ambito in cui vogliamo improvvisare.
A Uttargaya ci sono bambini che non trovano i genitori, famiglie che aspettano da giorni una notizia, persone che hanno visto morire i propri familiari, e ci sono bambini che da più di una settimana stanno dentro scuole diventate centri di accoglienza, senza lezioni, senza uno spazio tranquillo, senza niente da fare che sia adatto alla loro età.
Abbiamo messo in campo tre counselor psicosociali e accanto a loro sei dei 21 insegnanti di Naukunda con cui lavoriamo da anni. Parlano tamang, conoscono le famiglie una ad una e sono già stati formati nell’educazione della prima infanzia all’interno dei nostri progetti. Li impieghiamo finché le loro scuole restano chiuse, quindi non stiamo togliendo personale al settore dell’istruzione. Inoltre, tre o quattro operatori daranno un primo sostegno psicologico e riconosceranno i casi da passare ai counselor.
ASIA non gestisce i casi clinici complessi. Facciamo da ponte: individuiamo, diamo un primo sostegno, e passiamo a chi ha il mandato e le competenze per il resto, e questo vale a maggior ragione per i minori separati dalle famiglie, dove il tracciamento e la tutela seguono protocolli propri e hanno attori dedicati.
Non stiamo trasformando insegnanti in psicologi, stiamo usando una rete che esiste già e che parla la lingua giusta. Con lo specialista stiamo anche disegnando le attività per insegnanti e bambini, e l’idea è di allargare la rete alle altre municipalità appena si potrà accedere.
Sostegno adeguato alla comunità. Il khenpo o maestro buddista
Una parte consistente degli sfollati che stiamo incontrando nella capitale sono anziani, tibetani e buddisti. Dopo le prime conversazioni allo Yellow Gumba ci siamo convinti che, per alcuni di loro, parlare con un khenpo, un maestro monastico, possa dare più conforto che parlare con un professionista formato, per quanto competente. Quindi, a seconda dei destinatari, vorremmo che una parte del sostegno passi da figure religiose della loro comunità.
Va detto che è una scelta complementare, non sostitutiva: il khenpo accompagna e ascolta, mentre l’individuazione dei casi che hanno bisogno di un intervento clinico resta ai counselor.
Il supporto psicosociale funziona quando parla la lingua e usa i riferimenti di chi lo riceve, e non quando applica un protocollo scritto altrove.
In un distretto dove le comunità sono tamang e tibetane, ignorarlo vorrebbe dire progettare qualcosa che nessuno userà.

Interventi materiali
Non ci occupiamo solo di reti e di coordinamento, e sarebbe anche un modo comodo di raccontarlo. Le reti servono adesso, in una fase in cui il mercato è vuoto e le informazioni valgono più dei camion, ma il grosso di quello che faremo a Rasuwa nei prossimi mesi è lavoro materiale, quello che facciamo da undici anni nel distretto.
Ci occupiamo di acqua e igiene nei punti di approvvigionamento interrotti, con materiali per potabilizzare, kit per l’igiene e sostegno ai bagni nei luoghi di sfollamento: è la cosa che riusciamo a fare più in fretta, perché nel distretto ci siamo già, ed è anche dove il rischio nelle prossime settimane è più alto. Nell’immediato ci sono poi le tende, il cibo e i kit per cucinare, per le famiglie che hanno perso scorte e cucine.
Riguardo le scuole stiamo ancora verificando, sia quelle distrutte sia quelle occupate dagli sfollati. L’idea è creare spazi temporanei per l’apprendimento sui terreni sicuri che le autorità individueranno. A Rasuwa l’abbiamo già fatto nel 2015: 58 aule temporanee in 18 scuole, quindi è un lavoro che sappiamo fare.
Nuovi alloggi ma in luoghi adatti e sicuri
Gli alloggi transitori sono il capitolo più insidioso.
Saranno in lamiera zincata e materiali locali, costruiti insieme alle famiglie e capaci di reggere l’inverno, come dopo il terremoto. La differenza è che questa volta devono andare bene per terreni diversi, perché nessuno sa ancora quali terreni ci daranno e quali saranno dichiarati sicuri.
Quindi soluzioni modulari, che si possano allargare se una famiglia cresce o se si aggiungono nuclei, e abbastanza semplici da smontare e rimontare se quelle famiglie dovranno spostarsi di nuovo.
Il terreno viene prima della struttura: una casa tirata su in fretta nel posto sbagliato riproduce esattamente il rischio da cui quella gente sta scappando, e questo è quello che è successo dopo il 2015.
Spazi comuni anti-violenza
Poi c’è la disposizione degli spazi, che non è un dettaglio tecnico.
Un insediamento temporaneo disegnato male fa danni suoi. File uniformi di case temporanee messe giù dall’alto, senza spazi comuni, con latrine e punti d’acqua lontani o senza luce, fanno aumentare il rischio di molestie e violenze, e rendono la vita più difficile a chi è già più esposto, donne, ragazze, anziani, persone con disabilità.
Non è una mia impressione, lo dicono le “linee guida operative”. Il Global Shelter Cluster ha un manuale che mette in relazione progettazione dei siti e violenza di genere.
Gli standard dicono di partire dal nucleo familiare come unità minima e costruire da lì verso l’alto, tenendo conto di come quelle comunità già vivevano, parentele, vicinanze, appartenenze, invece di calare uno schema uguale per tutti.
In un distretto tamang e tibetano questo conta il doppio, e si lega alla domanda che ci fanno gli sfollati a Kathmandu: non solo dove sarà la prossima casa, ma se potranno restare vicini gli uni agli altri.
Un chiarimento, perché elencare le cose una dopo l’altra potrebbe dare un’idea sbagliata. L’intervento umanitario non è una sequenza, è composto di attività che si sovrappongono. Acqua, igiene, beni di prima necessità e rete psicosociale sono partiti in parallelo.
Gli spazi per l’apprendimento e gli alloggi transitori dipendono da una cosa che non decidiamo noi, cioè da quando le autorità individueranno i terreni sicuri, quindi li progettiamo ora per farci trovare pronti.
Il sostegno alla ripresa, ripristino dei sistemi idrici, scuole permanenti, agricoltura e mezzi di sussistenza, comincia quando i bisogni immediati sono coperti, quando i riflettori si spengono. Durerà anni, ed è la parte che nessuno finanzia volentieri.

Terremoto del 2015, cosa accadde allora
ASIA è in Nepal dal 1998. Nel distretto di Rasuwa siamo arrivati nel 2015, immediatamente dopo il terremoto, concentrandoci a Uttargaya, Naukunda e Kalika. Quell’anno l’intervento ha raggiunto 11.806 persone con quasi 26.000 lamiere zincate per alloggi temporanei resistenti al monsone a Yarsa, Saramthali e nell’insediamento tibetano di Syabrubesi, 337 bombole del gas e set da cucina, 19 servizi igienici e lavatoi, formazione in falegnameria con 168 kit di attrezzi, 400 contributi cash-for-work, e 58 aule temporanee in 18 scuole danneggiate per 2.345 bambini, più quattro scuole permanenti antisismiche per un totale di 28 aule.
Negli anni seguenti abbiamo continuato a occuparci di acqua e igiene, istruzione e mezzi di sussistenza. Con l’Università Milano-Bicocca abbiamo mappato frane e fratture del terreno a Saramthali, Yarsa e Bhorle, perché le scelte su dove ricostruire si appoggiassero su dati di stabilità dei versanti e non su quello che c’era a disposizione.
Gran parte di quel lavoro ricade in quella che oggi è Naukunda e Dandagaun, dove eravamo intervenuti allora, oggi sta in Uttargaya-2, cioè lo stesso comune in cui il nostro team lavora in questi giorni. Il 26 agosto avevamo già persone e rapporti sul posto, invece di doverli costruire da zero come succede quando arrivi in un’area nuova.
A 11 anni dal terremoto, pro e contro dello sviluppo di Rasuwa
In undici anni Rasuwa è diventata molto più collegata e molto più costruita, con strade, centrali idroelettriche, cantieri, commercio di frontiera, turismo, e quegli investimenti hanno portato lavoro, quindi sarebbe scorretto raccontarli solo come un danno.
Hanno però ammassato più persone e più infrastrutture nei fondovalle, dove nello stesso corridoio si trovano il fiume, la strada, le centrali, gli alloggi degli operai, le scuole e le case.
Dopo il terremoto abbiamo imparato a costruire edifici che resistono ai terremoti, ma non abbiamo adattato con la stessa velocità l’uso del territorio al rischio climatico. Una scuola antisismica viene giù comunque se scompare il terreno su cui poggia.
Rasuwa è stata ricostruita sulla base del disastro precedente, ed è il punto più importante di tutto questo discorso. È duro vedere distrutto una seconda volta quello che queste comunità avevano rimesso in piedi dopo il 2015, case, servizi, mezzi di sussistenza, con una fatica che chi non ha lavorato qui stenta a immaginare.
Inquinamento e crisi climatica: più consapevolezza ma poche e controverse soluzioni
Sull’inquinamento la percezione è cambiata parecchio dalla fine della guerra nel 2006 ed è cambiata perché i numeri sono peggiorati. La valle di Kathmandu passa gli inverni dentro un’inversione termica che trattiene la polvere e gli inquinanti.
Kathmandu finisce regolarmente nelle prime posizioni delle classifiche mondiali delle capitali più inquinate.
Nel 2024 la concentrazione media annuale di PM2,5 è stata di 45 microgrammi per metro cubo, nel 2025 di 39, mentre la soglia indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è 5. Fra gennaio e maggio si raggiungono regolarmente valori dieci volte superiori e, nelle giornate peggiori dello scorso marzo, Kathmandu è risultata la città più inquinata al mondo. Il monsone è l’unico periodo in cui si respira meglio, perché la pioggia pulisce temporaneamente l’aria.
La cosa che colpisce è che l’inquinamento atmosferico è diventato un tema pubblico mentre il consumo di suolo non lo è ancora.
Nella valle si continua a costruire sui terreni agricoli e negli alvei. Le scuole tengono i bambini in classe anche quando l’indice di qualità dell’aria supera ampiamente le soglie di sicurezza e il Bagmati resta un fiume nel quale scarica mezza città.
La gente vede tutto questo e ne parla, ma il passaggio dal problema visibile alla regola applicata non è mai avvenuto. Il traffico non viene regolato in funzione delle emissioni, le fornaci di mattoni intorno alla valle continuano a lavorare e i cantieri non hanno vincoli effettivi sulle polveri e sui detriti.

Smaltimento dei rifiuti, sgomberi. L’impegno del governo Balen e il costo umano
Questa distanza tra ciò che è visibile e ciò che richiede una programmazione di lungo periodo aiuta anche a leggere l’azione del nuovo governo, guidato dal primo ministro Balendra Shah, detto Balen.
Sul tema dei rifiuti si è visto un impegno reale. La pulizia della città e il contrasto all’occupazione abusiva dello spazio pubblico hanno prodotto risultati immediatamente riconoscibili e hanno pagato in termini di popolarità. Non è poco, ma è un’agenda urbana che ha avuto anche un costo umano molto alto.
Ad aprile e maggio di quest’anno le demolizioni degli insediamenti informali lungo il Bagmati e i suoi affluenti hanno interessato, secondo una rete di donne senza terra che ha contato le abitazioni, circa 3.500 strutture e 25.000 persone. Le organizzazioni per i diritti umani, la società civile e parte della stessa maggioranza hanno contestato soprattutto il metodo: sgomberi realizzati senza una consultazione preventiva e senza una ricollocazione garantita. Dieci persone, tra avvocati e attivisti della Gen Z, hanno presentato un ricorso alla Corte Suprema.
Amnesty Nepal aveva già affermato in passato che ripulire e mettere in sicurezza i fiumi è necessario, ma non può avvenire attraverso gli sgomberi forzati. Nel 2022, quando da sindaco di Kathmandu Balen Shah aveva tentato di sgomberare l’insediamento di Thapathali, gli scontri avevano provocato una trentina di feriti.
Lo stesso approccio si vede nei confronti degli ambulanti: carretti sequestrati, merce portata via e marciapiedi liberati, senza un piano di ricollocazione o una regolamentazione degli spazi di vendita.
In un Paese dove il lavoro formale assorbe meno di un quinto della forza lavoro, l’economia informale è il modo in cui sopravvive una parte enorme delle famiglie urbane. Chi vive lungo il fiume e chi vende sul marciapiede appartiene spesso alla stessa fascia sociale e, in molti casi, alla stessa famiglia.
Non è colpa dei poveri se vivono in posti sbagliati
Il motivo per cui questo riguarda anche il distretto rurale di Rasuwa è semplice. Gli sgomberi lungo il Bagmati sono stati giustificati sostenendo che quegli insediamenti erano disordinati e costruiti in aree esposte alle alluvioni. Il rischio era reale: quelle famiglie vivevano effettivamente in alvei pericolosi.
Ma se le persone povere vivono nei posti sbagliati, portare via le case risolve soltanto metà del problema. L’altra metà consiste nel garantire loro un luogo sicuro nel quale vivere.
Le famiglie di Haku sono la dimostrazione di cosa accade quando questa seconda parte non arriva. Sfollate dal terremoto del 2015, sono rimaste per undici anni in insediamenti provvisori lungo il fiume e il 26 agosto sono state travolte proprio lì.
Il rischio è che la ricostruzione di Rasuwa segua lo stesso percorso: si allontanano le persone dal corridoio della piena, si considera concluso il lavoro e fra dieci anni le si ritrova in un altro luogo altrettanto precario.

Cambiamento climatico: serve un intervento sistemico a lungo termine
Il rischio climatico richiede quindi un’agenda molto più ampia di quella utilizzata finora per l’ambiente urbano:
pianificazione territoriale, controllo delle costruzioni nei corridoi fluviali, monitoraggio della montagna, terreni sicuri per le famiglie sfollate e bilanci pluriennali per la prevenzione.
Sono interventi che producono meno immagini e meno risultati immediatamente spendibili nel corso di un mandato, ma sono quelli dai quali dipenderà la sicurezza delle comunità.
La dichiarazione del primo ministro sul cambiamento climatico come causa del disastro è importante e tutt’altro che scontata. Tuttavia, contano le azioni che seguiranno. Su questo non ho ancora visto un cambio di passo, né da parte dell’esecutivo attuale, in carica da pochi mesi, né da parte di quelli che lo hanno preceduto.
La prova sarà la ricostruzione di Rasuwa: capiremo presto se il cambiamento climatico diventerà davvero un criterio per decidere dove e come ricostruire oppure resterà soltanto il modo con cui viene raccontata la catastrofe.
I nepalesi non hanno bisogno che qualcuno spieghi loro il cambiamento climatico. Lo sentono nei pattern monsonici che cambiano, nella pioggia che arriva quando non serve e manca quando servirebbe.
A Naukunda gli agricoltori con cui lavoriamo da anni ce lo dicono da tempo, e ci segnalano sorgenti che alimentavano i villaggi e hanno ridotto la portata, ed è il motivo per cui in quei progetti abbiamo lavorato su irrigazione e serre, non solo su sementi.
Impianti idroelettrici travolti: moltiplicatori di forza
Il bacino del Bhote Koshi–Trishuli è uno dei fiumi più sfruttati del Nepal, con una fila di impianti uno dietro l’altro sullo stesso corso d’acqua, e il 26 agosto un solo evento a monte ha preso tutta la catena: 14 progetti fra idroelettrico e solare, per circa 748 megawatt.
Non solo le centrali sono state danneggiate. Ma opere di quelle dimensioni, una volta travolte, sono diventate loro stesse parte del problema a valle: cemento, condotte, materiale di cantiere, e alvei già modificati dagli sbarramenti e pieni di sedimenti.
Un ricercatore indiano che segue il tema da anni, Himanshu Thakkar, li chiama “moltiplicatori di forza”.
Qualche numero per capire la concentrazione.
Il Nepal ha circa 4.300 megawatt installati in tutto il Paese, e in questo solo corridoio c’erano 14 progetti fra Rasuwa e Nuwakot, per circa 748 megawatt, 9 in funzione e 5 in costruzione.
La Rasuwagadhi da 111 MW era entrata in esercizio il 31 dicembre 2024, quindi operativa da meno di due anni, e ha perso opere di presa, strutture civili e sottostazione.
La Upper Trishuli-3A da 60 MW è stata sommersa, ed è quella dei tunnel da cui hanno tirato fuori i sopravvissuti. La Upper Trishuli-1 da 216 MW, ancora in costruzione, un progetto da 647 milioni di dollari, è danneggiata per oltre il 90%. E la sottostazione hub di Trishuli 3B è fuori uso, il che ferma anche le centrali che l’acqua non aveva toccato.
Nel racconto corrente le centrali sono vittime: arriva la piena, le distrugge, fine. La letteratura dice una cosa più scomoda, che il rapporto va nei due sensi.
Un articolo su Nature Geoscience del 2022 mette in fila i processi che destabilizzano questi paesaggi:
ritiro e distacco dei ghiacciai, degrado del permafrost, frane, valanghe di ghiaccio e roccia, colate detritiche, piene da laghi glaciali e da sbarramenti di frana, e osserva che il risultato è una mobilitazione di sedimenti tale da riempire i bacini, mandare in avaria le turbine e portare al cedimento delle dighe.
Posizionamento degli impianti e monitoraggio evitano tragedie
Il precedente che tutti qui hanno in mente è Chamoli, in Uttarakhand, febbraio 2021.
Circa 27 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio si staccano dalla parete nord del Ronti, diventano una colata che trasporta blocchi di oltre venti metri e raschia i versanti fino a 220 metri sopra il fondovalle, distrugge due impianti e uccide più di duecento persone, in gran parte operai dei cantieri.
Le riprese video del 26 agosto qui sono state confuse sui social con quelle di Chamoli, e non è un caso, è la stessa dinamica. Dopo Chamoli un ricercatore dell’Università di Zurigo che aveva firmato lo studio disse che molte società idroelettriche nell’Himalaya non fanno abbastanza per monitorare un ambiente sempre più instabile. Sono passati cinque anni.
I meccanismi per cui un impianto smette di essere solo vittima e diventa concausa sono due, e sono documentati.
Il primo è quello dei detriti: una piena himalayana non è un evento d’acqua ma di detriti, e quando incontra opere in cemento, condotte forzate, sbarramenti, materiale di cantiere e cumuli di scavo, tutto questo entra nel flusso e lavora come un ariete su quello che sta a valle. Nel 2023 in Sikkim la piena glaciale che ha distrutto la Teesta 3 da 1.200 MW ha funzionato così.
Il secondo sono gli scavi in galleria: perforare montagne fratturate e ricche d’acqua altera i sistemi idrici sotterranei, e in Uttarakhand ci sono casi in cui i tunnel hanno intercettato acquiferi, prosciugato sorgenti e destabilizzato versanti e insediamenti sopra il tracciato.

Modello India: no impianti in valli pre-glaciali oltre 2.000 metri
Sul dove si costruisce, in India una commissione pubblica si è già espressa dopo il disastro di Kedarnath del 2013.
Il 16 luglio di quell’anno, un violento nubifragio abbattutosi a metà giornata sullo stato indiano settentrionale dell’Uttarakhand provocò inondazioni e frane devastanti, rivelandosi il peggior disastro naturale del Paese dallo tsunami del 2004. Il comitato presieduto da Ravi Chopra raccomandò di fermare l’idroelettrico nelle valli pre-glaciali sopra i 2.000 metri, perché lì, dopo una valanga di roccia e ghiaccio o una piena da lago glaciale, il tempo di reazione è praticamente nullo.
Non conosco un documento equivalente per il Nepal, e credo sia una delle cose che dovrebbero uscire da questa vicenda.
La valanga svizzera a Blatten: il monitoraggio salva vite
Le piene glaciali con le loro terribili conseguenze non sono fatalità.
Lo dimostra un confronto che gira fra i ricercatori. Nel maggio 2025 una valanga di ghiaccio e roccia è scesa su Blatten, in Svizzera, seppellendo quasi tutto il villaggio con una sola vittima. A Chamoli un fenomeno con la stessa dinamica ha fatto più di duecento morti.
Tra Blatten e Chamoli, la differenza non è stata la fortuna, è stata che i segnali di instabilità del versante erano monitorati, sono stati letti, e il paese è stato evacuato in tempo.
Altro dato che nessuno ha messo in fila è che la valanga dello scorso 26 agosto rappresenta la seconda in tredici mesi.
L’8 luglio 2025, nello stesso corridoio, la piena dal Lhende aveva già danneggiato più di dieci impianti fra Rasuwa e Nuwakot, e a valico frontaliero di Rasuwagadhi aveva portato via diga, paratoie, strade di accesso e la provvisoria cofferdam (tura o struttura di sbarramento temporanea). Si è ricostruito, si è tornati in esercizio, e tredici mesi dopo è arrivata la piena più grande.
Un articolo su Communications Earth & Environment mette i due casi uno accanto all’altro e si chiede perché nell’Himalaya quel tipo di preparazione resti raro, e la risposta è la stessa che ti ho dato sui rapporti inascoltati:
la prevenzione costa poco rispetto a una diga ma non si vede.
Cosa sta accadendo sul versante tibetano controllato dalla Cina?
Il Bhote Koshi nasce in Tibet, dove si chiama Kyirong Tsangpo, e il valico di Gyirong è un corridoio commerciale che la Cina ha attrezzato negli ultimi dieci anni con strade, dogana e infrastrutture. La stessa strada nepalese verso il confine era stata riasfaltata di recente con finanziamento cinese, e 16 chilometri sono stati portati via. Dry port e dogane sono stati colpiti su entrambi i lati.
Ma non ho elementi per dire che un impianto idroelettrico cinese a monte abbia concorso a questo disastro, e non ho visto nessuno produrne: le ricostruzioni scientifiche indicano un collasso di ghiaccio e roccia in alta quota sul massiccio del Langtang. Se qualcuno propone la tesi della diga cinese che ha rilasciato acqua, dovrebbe fornire dati.
Quello che invece è documentato riguarda i laghi glaciali del versante tibetano.
I due bacini transfrontalieri che scendono in Nepal da lì, il Poiqu che diventa Bhote Koshi–Sun Koshi e il Gyirong che diventa Trishuli, sono studiati da decenni proprio perché il pericolo nasce in territorio cinese e arriva in Nepal.
Uno studio del 2024 ha individuato in quei bacini 28 laghi glaciali ad alta suscettibilità di rottura, e ha calcolato che in scenari estremi le piene potrebbero superare di dieci volte le portate stagionali, mettendo a rischio più di 3.000 edifici, una cinquantina di ponti, nove siti idroelettrici e una cinquantina di chilometri di strade. Nel solo bacino del Poiqu sono state registrate 6 piene glaciali in cent’anni.

L’impatto dei disastri è peggiore sui più poveri
E poi ci sono le persone. Ogni impianto porta con sé un cantiere, e ogni cantiere porta alloggi per gli operai, che vengono tirati su dove c’è spazio, cioè in fondovalle, attaccati all’acqua.
Sono in gran parte migranti interni, spesso senza contratti stabili, e le loro famiglie stanno altrove. Sono le vittime meno visibili di tutta questa vicenda, e quelle di cui si parlerà meno.
Il nodo della questione però è in come si prendono le decisioni. Chi ha meno risorse occupa i terreni più economici, cioè quelli più vicini al fiume o sotto i versanti instabili, e non dipende da un’ignoranza del rischio.
Il profitto di oggi viene prima di un pericolo che potrebbe non arrivare mai. Finché la sicurezza costa più di quello che una famiglia può spendere, il rischio si concentra sempre sulle stesse persone.
E lo stesso meccanismo funziona su scala più grande, perché le centrali idroelettriche di Rasuwa producono energia per il Paese intero, mentre gli alloggi degli operai stanno nel corridoio della piena. In dodici impianti colpiti il 26 agosto risultano ancora dispersi centinaia di lavoratori.
Per le comunità tamang e tibetane c’è poi una dimensione ulteriore. Nell’insediamento tibetano di Syabrubesi, dove siamo intervenuti nel 2015, sono andati distrutti – come accennavo prima – monasteri, oggetti religiosi, archivi di famiglia.
La ricollocazione altrove può interrompere la trasmissione della loro lingua ai più giovani, che è una perdita che non compare in nessuna tabella dei danni.
C’è poi un problema molto pratico che pesa parecchio, ed è che la precarietà documentale di una parte di quella popolazione la può escludere dagli elenchi ordinari di assistenza, per cui stiamo lavorando con il Tibetan Welfare Office per ricostruire nucleo per nucleo chi è arrivato dove. Gli sfollati che incontriamo a Kathmandu non ci chiedono soltanto dove verrà costruita la prossima casa, ci chiedono se potranno tornare a vivere vicini gli uni agli altri.
Il distretto più a sud, Dhading, e gli spaccapietre
Il distretto di Dhading è stato colpito più a valle, lungo il Trishuli. Secondo le autorità, acqua e detriti hanno rovinato case, scuole, strutture sanitarie, strade e ponti, con alcune comunità rimaste tagliate fuori per giorni. È uno dei tre distretti fra cui sono distribuiti i 37 centri di accoglienza.
Negli ultimi vent’anni nei corridoi fluviali del Trishuli è cresciuto di tutto, edifici, strade, attività commerciali, cave, cantieri, e con quelli il numero di persone che vivono o lavorano dentro l’area esposta.
Il meccanismo è sempre lo stesso: chi ha meno risorse occupa i terreni più economici e vulnerabili, quelli attaccati al fiume o sotto i versanti instabili.
Gli spaccapietre sono emblematici. Il loro posto di lavoro è l’alveo, quindi sono le prime persone che una piena travolge, e sono anche quelle che nessuno conta, perché lavorano a giornata e non compaiono in nessun registro.
L’estrazione di pietre, sabbia e ghiaia non ha niente a che vedere con il collasso glaciale del 26 agosto, e sarebbe scorretto scriverlo, ma alvei modificati, versanti tagliati male e costruzioni troppo vicine all’acqua aumentano la violenza delle piene a valle e il numero di persone che ci finiscono dentro. E i contractor che compravano quelle pietre hanno costruito, in questi vent’anni, buona parte di quello che oggi sta nel corridoio del fiume.

Hymalaya, i disastri precedenti
Il disastro del 26 agosto non è stato un episodio isolato. L’Himalaya si sta destabilizzando e gli eventi distruttivi si ripetono più in fretta di quanto le comunità riescano a ricostruire.
La regione conosce eventi di questo tipo da decenni. Nel 1981 una piena partita dal lago glaciale Zhangzangbu-Cho, in Tibet, ha provocato più di 200 morti, ha distrutto decine di chilometri di strada e ha spazzato via il ponte fra Nepal e Cina, cioè lo stesso valico di Rasuwagadhi che è stato colpito ora. Nel 1985 la piena del Dig Tsho ha distrutto ponti e un impianto idroelettrico nell’area dell’Everest, nel 2015 una valanga di ghiaccio e roccia ha cancellato Langtang, e nel 2021 Melamchi è stata devastata da piogge, frane e sedimenti.
Noi di ASIA dopo il terremoto del 2015 siamo entrati a Rasuwa e ci siamo rimasti. Nel 2021 abbiamo lavorato a Melamchi, dopo l’alluvione. Nel 2023 siamo andati a Jajarkot dopo un altro terremoto all’altro capo del Paese. Nel 2024 nell’area di Roshi, a Kavrepalanchok per catastrofiche inondazioni e frane a seguito delle piogge monsoniche. E adesso di nuovo a Rasuwa. Cinque emergenze in undici anni, e in tutte, senza eccezione, ci siamo trovati davanti gente che aveva già ricostruito almeno una volta.
Gli ultimi due anni sono i più indicativi. Nel settembre 2024 precipitazioni eccezionali hanno provocato più di 200 morti in Nepal. Il danno non era concentrato solamente ungo il fiume principale Roshi Khola. Interi campi coltivati e diversi villaggi sono stati spazzati via dai torrenti laterali, corsi d’acqua secondari che si erano gonfiati e che rientrando nel fiume avevano demolito quello che trovavano sul percorso.
In una valle come quella non basta stare lontani dall’alveo principale, perché il rischio arriva da monte, di lato, da linee d’acqua che per undici mesi all’anno non sembrano un pericolo, e vale anche per Rasuwa.
L’altra cosa che ricordo di Roshi è l’odore. Dalle macerie saliva la puzza dei corpi in decomposizione, non si capiva se fossero animali o persone. Nei comunicati non entra mai, ma descrive in quali condizioni si ritrovano i sopravvissuti e si lavora in quei giorni.
Hindu Kush Himalaya, “Terzo Polo” per concentrazione di ghiaccio
L’8 luglio 2025 un lago sul Purepu Glacier si è svuotato rapidamente e ha devastato Rasuwagadhi e il corso del Lhende–Bhote Koshi. Poco più di un anno dopo lo stesso corridoio è stato colpito da un evento di scala molto maggiore, ma nel frattempo in quel tratto di valle non è stato realizzato niente che potesse dare un preavviso.
Sul perché sia un disastro climatico e non una sfortuna, i dati parlano chiaro. L’Hindu Kush Himalaya ha la maggiore concentrazione di ghiaccio fuori dalle regioni polari, viene detto “Terzo Polo”.
Oltre 63.700 ghiacciai su 55.782 chilometri quadrati fra il 1990 e il 2020 hanno perso il 12% della superficie, con una perdita di massa che dal 2000 è raddoppiata. Il 78% di quella superficie si trova fra i 4.500 e i 6.000 metri d’altitudine, la fascia dove il riscaldamento morde più forte, esattamente la quota da cui è partito il crollo del 26 agosto.
Il meccanismo di questi disastri è una catena. Il ghiaccio si ritira, il permafrost che tiene insieme le pareti rocciose si sfalda, i versanti perdono presa, e nelle conche liberate dal ghiaccio si formano nuovi laghi. A quel punto una valanga o una frana che finisce dentro un lago fa un’onda che rompe lo sbarramento di morena, e la piena che ne esce innesca altre frane, erosione, nuovi sbarramenti lungo la strada.
ICIMOD la chiama rischio a cascata, e in una valle stretta come quella del Bhote Koshi vuol dire che un evento in alta quota arriva a valle moltiplicato.
Nella regione circa 200 laghi glaciali sono classificati come pericolosi per chi sta a valle. Sul lungo periodo ICIMOD calcola che con le emissioni di adesso i ghiacciai della regione perderanno fra il 70 e l’80% del volume entro fine secolo, mentre tenere il riscaldamento a 1,5 gradi limiterebbe la perdita al 30%. Sono numeri che riguardano l’acqua di due miliardi di persone, ma nel breve riguardano la tenuta dei versanti sopra i villaggi di Rasuwa.
Ricondurre un singolo evento al cambiamento climatico richiede una valutazione scientifica, e quella la fanno i ricercatori, ma non serve aspettare le loro conclusioni per investire nella preparazione e nell’allerta precoce transfrontaliera.

I rapporti sui ghiacciai inascoltati
I rapporti sui ghiacciai sono rimasti inascoltati non perché nessuno li avesse letti. Sono stati citati e presentati in conferenze. Sono rimasti inascoltati quando dovevano diventare bilanci, personale assunto, strumenti installati, regole fatte rispettare.
Il ritiro dei ghiacciai e la crescita dei laghi si conoscono da decenni, e solo nel bacino del Koshi sono censiti più di duemila laghi glaciali, decine dei quali classificati come pericolosi.
Gli studi ci sono. Manca tutto il resto: un monitoraggio permanente, tecnici da pagare ogni mese, sensori mantenuti nel tempo, immagini satellitari lette in fretta, e un sistema capace di portare l’allarme fino agli abitanti.
Il monitoraggio idrologico e meteorologico in Nepal è competenza del Department of Hydrology and Meteorology, che tiene le stazioni e i sistemi di allerta, e la gestione del rischio di disastri è competenza della NDRRMA, l’autorità nazionale. Le concessioni idroelettriche e i permessi per costruire nei corridoi fluviali passano dai ministeri e dalle municipalità.
Nessuno di questi, il 26 agosto, aveva uno strumento per leggere in tempo reale un movimento in alta quota e far uscire un avviso. Non è colpa di una persona: è che quella funzione nessuno l’ha mai finanziata in modo stabile.
Responsabilità molteplici
I governi che si sono succeduti hanno investito poco in prevenzione, i finanziatori internazionali hanno preferito le grandi infrastrutture alla manutenzione e al monitoraggio, le imprese hanno trattato il rischio come un adempimento da chiudere, e le organizzazioni internazionali, noi compresi se devo essere onesto, hanno prodotto rapporti senza riuscire a costruire un sistema regionale proporzionato al pericolo.
E, intanto, si è continuato a costruire nei corridoi fluviali.
Un ponte nuovo si inaugura, mentre una rete di sensori che funziona per dieci anni senza incidenti non la inaugura nessuno.
Sottovalutazione del rischio glaciale
Le autorizzazioni meritano un approfondimento a sé. Gli impianti idroelettrici in Nepal passano da valutazioni di impatto ambientale e sociale, ma il rischio glaciale in quelle valutazioni per anni è stato trattato come una cosa marginale.
In questo bacino ci sono documenti di valutazione, di prima della costruzione, che mettevano la minaccia di piene da lago glaciale come minima e nessuno dei ghiacciai a monte come ad alto rischio.
E ci sono revisioni successive, fatte da panel indipendenti per conto dei finanziatori, che segnalavano come lacuna significativa il fatto che una valutazione di resilienza climatica non fosse mai stata fatta, e che un anno dopo la trovavano ancora non fatta. Nel frattempo i cantieri andavano avanti.
Tempi di prevenzione troppo lunghi
Dall’altra parte, i tempi con cui si finanzia la prevenzione con questo tipo di rischio non stanno insieme. C’è un progetto internazionale dedicato proprio alla riduzione del rischio da piene glaciali in Nepal, finanziato dal Green Climate Fund: la nota concettuale è entrata in pipeline nel febbraio 2018, l’approvazione è arrivata a luglio 2025, e sono partiti a marzo di quest’anno.
Sette anni per approvare uno strumento di prevenzione, in un Paese dove nello stesso periodo si sono susseguiti Melamchi, Roshi, Rasuwagadhi 2025 e ora questo. Quel progetto, fra l’altro, non copriva proprio i bacini del Bhote Koshi e del Trishuli.
C’è poi un limite tecnico molto preciso. L’allerta nepalese guarda le piogge e il livello dei fiumi, ma il 26 agosto e nei giorni precedenti non aveva piovuto.
Solamente la pioggia avrebbe fatto scattare l’allarme, quindi quando l’onda è stata vista a Rasuwagadhi aveva già preso i primi insediamenti. Sarebbero stati comunque pochi minuti, e nessuno può promettere di più, ma pochi minuti sono la differenza fra salire su un versante e restare sul fondovalle, e più a valle avrebbero permesso di far uscire scuole, cantieri, case.

Nepal-Cina: finora quasi nessuna cooperazione
La cooperazione fra Nepal e Cina è insufficiente. Le informazioni passano ancora attraverso contatti episodici e canali diplomatici. In alcune occasioni la Cina ha trasmesso dati su laghi e aumenti di portata, e lo ha fatto anche nei giorni dopo il 26 agosto, ma un sistema transfrontaliero stabile e automatico, per un rischio che si propaga a questa velocità, non c’era.
Nel 2016 una piena dal lago Gongbatongsha, in Tibet, si è trasformata in colata detritica scendendo nella valle del Bhote Koshi e danneggiando l’opera di presa della centrale Upper Bhotekoshi e diversi tratti della Arniko Highway, per oltre 70 milioni di dollari di danni.
Un lago piccolo, dall’altro lato del confine, ha causato effetti pesanti in Nepal. Le stime dicono che nei casi peggiori una piena glaciale da quei bacini può raggiungere le località di frontiera in meno di trenta minuti.
Sul monitoraggio c’è un dettaglio che dice tutto sul rapporto fra i due Paesi.
Il lago Cirenmaco, in territorio cinese, è responsabile di tre piene glaciali, 1964, 1981 e 1983, e quella del 1981 è la stessa che uccise più di duecento persone e portò via il ponte dell’amicizia. Nel 2001 il Nepal ha installato un sistema di allerta vicino al porto di Zhangmu per proteggere le proprie centrali a valle, e lo ha fatto unilateralmente.
Quel sistema ha perso gran parte della sua efficacia proprio perché non esisteva un monitoraggio dei laghi a monte, che stanno in Cina. Un sistema vero su Cirenmaco è arrivato solo di recente, costruito dai cinesi nell’ambito di un programma di ricerca sull’altopiano tibetano.
Per 20 anni il Paese a valle ha sorvegliato il fiume senza poter vedere la causa.
E c’è una conseguenza operativa: la piena del 26 agosto ha distrutto la maggior parte degli idrometri sul Bhote Koshi e sul Trishuli.
Cioè il disastro ha portato via anche gli strumenti che servivano a dare l’allarme per il prossimo. In questo momento, su quel corridoio, il preavviso disponibile è più corto di quanto fosse il 25 agosto.
Il 3 settembre 2026 Pechino ha annunciato che lavorerà alla firma di un accordo sulla condivisione dei dati idrologici e alla creazione di un meccanismo regolare, e quell’annuncio arriva dopo due alluvioni distruttive nello stesso corridoio in poco più di un anno. Il modo più onesto di leggerlo è questo: se oggi si annuncia un meccanismo, prima non ce n’era uno sufficiente.
Nel Tibet controllato da Pechino manca la trasparenza
Sul lato tibetano c’è poi un problema di trasparenza. In Nepal vengono pubblicati gli elenchi dei soccorsi e dei dispersi, e i giornalisti possono incontrare le famiglie, mentre in Tibet l’accesso è controllato e gli aggiornamenti arrivano a intervalli decisi dall’alto.
L’ultimo dato cinese parla 43 morti e 519 dispersi, ma non esiste verifica indipendente né informazione sulle comunità colpite, quindi sono dichiarazioni ufficiali e non numeri accertati.
Non ha però senso attribuire alla Cina tutta la responsabilità. L’origine del collasso è sul massiccio del Langtang, in territorio nepalese o immediatamente a ridosso della frontiera, e Gyirong è stata travolta quasi subito, quindi anche loro hanno avuto i loro morti.
La responsabilità cinese riguarda la condivisione dei dati e la trasparenza, non l’origine fisica dell’evento.
Il punto politico è più semplice di come viene raccontato: in un bacino condiviso i dati devono viaggiare più veloci dell’acqua, e la cooperazione non può cominciare quando l’ondata è già partita.
Le proteste dello scorso anno chiedevano responsabilità e trasparenza, e in questa situazione quelle richieste diventano molto concrete: quali rischi erano già noti, come vengono autorizzate le infrastrutture, come vengono impiegati i fondi, e perché famiglie sfollate nel 2015 vivevano ancora in sistemazioni temporanee?
A un anno da quelle proteste questa alluvione è il primo banco di prova serio, non tanto sui soccorsi, che sono stati imponenti, ma su cosa verrà dopo.
Di Emanuela Assini
Autori
Emanuele Assini: Country Representative di ASIA in Nepal di cui coordina i programmi dell’organizzazione. Ha una formazione in studi ambientali presso l’Institute for Environmental Studies della Vrije Universiteit Amsterdam. Vive a Kathmandu da tre anni e mezzo, e segue in particolare il lavoro con le comunità rurali, tamang e tibetane. Sue le valutazioni sull’idroelettrico, sulle responsabilità istituzionali e sul governo.
Nabaraj Acharya: Programme Director di ASIA in Nepal. Coordina i programmi dell’organizzazione sul terreno e nell’emergenza in corso ha guidato la squadra a Uttargaya dal primo giorno, per poi rientrare a Kathmandu a impostare la risposta. Lavora a Rasuwa dal 2015. Per questo articolo ha fornito la maggior parte dei dati dal distretto di Rasuwa.

Dati aggiornati sulle vittime
Almeno 1.355 morti confermati e 4.996 persone ancora disperse, tra le quali circa 600 cittadini stranieri di 39 Paesi diversi, di cui tre italiani, e oltre 900 operai degli impianti idroelettrici. Si stima che 121 operai siano rimastiintrappolati vivi all’interno dei tunnel sotterranei principali delle centrali, mentre gli altri si trovavano all’esterno o in aree limitrofe dei cantieri al momento del disastro.
Il governo stima che totale le persone colpite siano circa 1,6 milioni, la NDRRMA (National Disaster Risk Reduction and Management Authority – Autorità Nazionale per la Riduzione e la Gestione del Rischio di Disastri) valuta i danni diretti intorno ai 400 miliardi di rupie (2,41 miliardi di euro). Le stime complessive per la ricostruzione e le perdite oscillano dai 5 ai 7 miliardi di rupie, un decimo dell’intera economia del Neapl.
Circa 3.629-3.761 sfollati risultano registrati in 37 centri di accoglienza fra Rasuwa, Nuwakot e Dhading. Lo IOM ha tracciato oltre 2.886 nuclei familiari completamente evacuati o rimasti senza casa.
All’interno dei distretti colpiti dal fango, la quota di persone che necessitano di assistenza umanitaria immediata (cibo, kit sanitari e alloggi temporanei) ammonta a circa 84.000-84.270 persone (corrispondenti a oltre 19.000 famiglie).
Le case completamente distrutte sono più di 8.000. Sono stati cancellati 55 chilometri di strade e danneggiati 37 ponti carrabili, 68 ponti sospesi, 18 scuole, sette strutture sanitarie e numerosi impianti energetici.
*Per aiutare Emergenza Nepal ASIA ETS
*Puoi leggere gli altri articoli di Soul Digger sul Nepal qui







