Quando si rimuove la storia arrivano i fantasmi. I fantasmi sono tali perché non muoiono. Anzi, sono morti che ritornano o non sono mai andati via. Mao Zedong – deceduto il 9 settembre del 1976, mezzo secolo fa – è il fantasma più ingombrante nella storia della Cina moderna, al punto da essere diventato altro. Nello specifico, una specie di divinità, ma anche uno spirito, termine a volte usato come sinonimo di fantasma che sta a indicare una presenza metafisica appartenente a un piano ultraterreno.

Il fantasma di Mao: spirituale, divino, replicante.
Però il fantasma è anche un doppio, una replica. Il fantasma di una persona, infatti, non coincide del tutto con la persona stessa: è al tempo stesso lei, ma anche la sua rappresentazione simbolica e aumentata. Più o meno temibile.
Per la Cina e per i cinesi, Mao è questo e molto altro. Le spoglie mortali (imbalsamate) del Timoniere sono conservate nel Mausoleo che affaccia su Piazza Tian’anmen, luogo simbolo del suo potere ancora oggi visitato da centinaia di persone, cinesi e straniere. Vanno lì per devozione o semplice curiosità, forse per cercare di capire se si tratta di un vero corpo o di un pupazzo, come vuole una delle tante teorie complottiste.
Chiuso in una teca di vetro proprio come i santi della religione cattolica, il corpo di Mao sembra davvero fatto di plastica. Anzi di sapone, e c’è dell’ironia in questo, vista la sua rinomata avversione per l’igiene personale.
Io l’ho visto questo Mao. Non mi ha colpito più di tanto (in fin dei conti quel corpo inerte mi è sembrato un oggetto come un altro), ma più ho letto di lui e della Cina sotto la sua guida più mi ha impressionato la venerazione che ancora oggi ispira.
Xi Jinping: copia farsesca di Mao
In Cina e altrove si può parlare di vero e proprio revival, trascinato dal fenomeno social noto come Chinamaxxing, un trend virale lanciato su TikTok nel 2025, in cui i creator spesso occidentali adottano abitudini quotidiane e stili di vita ispirati alla cultura cinese.
E prima ancora dall’ascesa al potere di un’altra figura controversa, quella di Xi Jinping che sin dall’inizio della sua presidenza nel 2013 si è posta come doppelgänger morale di Mao: una via di mezzo tra un fantasma e una controfigura. D’altra parte, se è vero che la storia si ripete due volte (prima come tragedia, e poi come farsa), Xi è una specie di parodia del chairman.
Non un sole seguito dai girasoli, ma una lampada al neon che attira le falene.
Il carcere per chi fa satira sugli “eroi”
Fantasmi di persone e fantasmi di “eroi”. Perché la morte tende ad avvolgere (quasi) tutti di un’aura di grandezza e magnificenza. E guai a metterle in discussione: si rischia di finire in carcere come è successo qualche giorno fa all’artista Gao Zhen del duo Gao Brothers, condannato in base alla legge sulla “Protezione degli Eroi e dei Martiri” che punisce il vilipendio e la derisione degli eroi della nazione.
È stata promulgata nel 2018, sotto Xi Jinping, più di dieci anni dopo la realizzazione delle opere incriminate: un Mao decapitato e penitente, un Mao che fucila un Cristo insieme a un manipoli di cloni, e ancora un Mao cromato in stille Jeff Koons con un naso da pinocchio e grossi seni.
Dittatori del ‘900, epoca della propaganda di massa
Il ‘900 è l’epoca degli eroi che non sono quasi mai davvero eroici. Ed è anche l’epoca della propaganda, aiutata dai neonati mezzi d’informazione di massa che permettevano di conoscere i grandi trascinatori di folle abbastanza bene, ma non così tanto da mostrarne anche il lato oscuro.
Oggi tutti o quasi curano attentamente il proprio profilo pubblico, ma stupisce – perché sembra aver anticipato il futuro, ovvero il nostro presente – l’attenzione maniacale con cui i dittatori del secolo breve hanno costruito a tavolino la loro immagine. Forse è proprio questa la chiave per capirne l’impatto: i pochi intorno ai quali si costruiva e costituiva un culto della personalità venivano considerati alla stregua di semidei.
Mao, i lati oscuri da svelare
Mao non era da meno, e anche nel suo caso i lati oscuri sono tanti. Per esempio, la Lunga Marcia – l’impresa che più di tutte contribuì a costruire il mito di fondazione della Repubblica Popolare – in realtà è stata una Lunga Fuga, o se preferite una lunga ritirata di 10.000 kilometri dal Jiangxi a Yan’an, con perdite catastrofiche (dei circa 90.000 soldati partiti ne arrivarono a destinazione meno di 10.000).
Nonostante il disastro, l’impresa fu cruciale perché permise a Mao Zedong di fare opera di proselitismo nei villaggi che incontrava sul suo cammino, nel cuore rurale e abbandonato a sé stesso del Paese.
Anche il presunto trionfo sull’invasore giapponese, il cui merito è tutt’ora attribuito all’Esercito Popolare di Liberazione e alla sua alleanza temporanea con l’Esercito Rivoluzionario Nazionale di Chiang Kai-shek, è un mito che non corrisponde del tutto alla realtà storica. Resoconti più scrupolosi e imparziali hanno ridimensionato molto il ruolo attivo dell’EPL nella sconfitta del nemico che sembrerebbe invece frutto dello sforzo dell’esercito nazionalista, uscito stremato e decimato dall’impresa.
Così mentre l’ERN – ovvero l’esercito cinese ufficiale – combatteva contro i giapponesi, Mao faceva la guerriglia nelle campagne e ammaliava contadini analfabeti con le “storie” delle loro gesta eroiche, con la promessa di egualitarismo e con il sogno di emancipazione dallo sfruttamento.

Dalla “Campagna dei 100 Fiori”…
Risale invece alla fase di governo ufficiale, ovvero all’arco temporale che va dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese – il primo ottobre 1949 – alla morte del timoniere avvenuta il 9 settembre 1976, uno dei momenti di maggior rilevanza politica del suo (disastroso) operato: la cosiddetta “Campagna dei Cento Fiori” (Baihua yundong), lanciata nel 1957 sulla scia della destalinizzazione sovietica.
Osservando quello che accadeva nella gemella URSS e in risposta alla prime battute d’arresto incontrate nell’attuazione della tanto annunciata rivoluzione, Mao invitò quadri di partito e intellettuali a esprimere liberamente il loro pensiero e ad avanzare proposte e riflessioni. I “cento fiori” dovevano rappresentare appunto le cento idee che sbocciavano in tutto il Paese.
Tuttavia, non appena iniziarono ad arrivare le prime risposte all’appello – oggi si chiamerebbe “feedback” – il timoniere si rese conto che la situazione rischiava di sfuggirgli di mano e che l’invito a esprimere le proprie idee si stava traducendo nella diffusione di pericolose critiche. Con un inaspettato dietrofront, la campagna si trasformò in una trappola per verificare la fedeltà a Mao e alla causa rivoluzionaria.
…ai campi di rieducazione o laogai
Quasi tutti tra quelli che vi avevano aderito, circa mezzo milione di persone, vennero bollati come “destristi” e costretti a estenuanti sedute di autocritica, per poi essere arrestati e mandati nei campi di rieducazione, i terribili laogai e laojiao, da cui ben pochi uscirono vivi.
Il contrordine si tradusse nella “campagna contro la destra”. Alcuni ritengono che la Campagna dei Cento Fiori sia nata con il preciso intento di stanare i traditori e che fosse quindi intenzionalmente una trappola tesa da Mao per eliminare i nemici. Chi ha studiato la storia della Cina nel ‘900 sa bene il livello di ingenuità e improvvisazione che si nasconde dietro tante decisioni che, unite al fanatismo ideologico di fondo, hanno spesso portato a conseguenze nefaste per la popolazione.
La cosa sicura è che dei tanti a venire, questo fu il primo vero tradimento del popolo cinese da parte di Mao e del Partito Comunista.
La verità su Mao nei film cinesi
Sono convinta che il cinema più alto racconti la storia meglio della storiografia, e sui fatti finora trattati sono stati realizzati film meravigliosi.
Partendo dall’ultimo, non si può non citare lo struggente (in tutti i sensi) documentario del 2007 Fenming, a Chinese Memoir di Wang Bing, in cui l’anziana He Fenming racconta dal salotto di casa, in un solo pomeriggio e senza tagli o interruzioni, la storia di suo marito Wang Jingchao. Giornalista come lei e collega nella redazione di un quotidiano della Provincia del Gansu, le fu stato strappato proprio durante la Campagna dei Cento Fiori per essere internato in un campo di rieducazione dal quale non fece più ritorno. Non è uno spoiler, quello che conta è il racconto nel suo dipanarsi.
Il capolavoro di Chen Kaige Terra Gialla (1984), con la fotografia di Zhang Yimou, racconta con un lirismo mistico la conquista, da parte della neonata propaganda maoista, delle campagne cinesi rimaste uguali per millenni, proprio nelle fasi più intense del conflitto sino-giapponese, quando alle divisioni dell’armata rossa fu temporaneamente concesso di attraversare i territori controllati dai nazionalisti.

Il cinema cinese mezzo di propaganda ma anche di dissenso
Pochi sanno che la prima vera campagna di rettificazione maoista fu lanciata nel 1951 proprio contro un film – The Life of Wu Xun del regista Sun Yu.
Wu Xun è un mendicante analfabeta vissuto durante la dinastia Qing. Dopo anni di vessazioni da parte dei signori feudali decide di usare il denaro delle elemosine per fondare scuole e permettere ai bambini poveri come lui di emanciparsi. Agli occhi di Mao e della moglie Jiang Qing la colpa di Wu Xun, quindi del regista, era quella di aver continuato a mendicare e dunque essersi “sottomesso” ai signori, dando per di più importanza alla cultura confuciana – essa stessa strumento e veicolo di oppressione – invece di ribellarsi e sovvertire l’ordine feudale.
Forse Mao e sua moglie Jiang Qing erano già woke senza saperlo, ma se il cinema è stato uno strumento fondamentale per la propaganda maoista, per fortuna è stato anche un antidoto a essa. Xie Jin, regista di grande talento che realizzò i film migliori (gli unici degni di tale nome) del periodo maoista, in Hibiscus Town (1984) non esitò a denunciare errori e orrori del collettivismo, in una forma di catarsi e di pentimento tipici di quegli anni di ripensamento e ripiegamento dopo l’ubriacatura maoista.
Morte di Mao, aperture e regressione.

Dal momento culminante del terrore rosso e dalla stessa morte di Mao sono stati fatti molti passi in avanti, ma sono i passi indietro a colpire in modo particolare. Dopo lo shock iniziale la popolazione cinese, rimasta orfana del suo leader, capì che erano state compiute troppe ingiustizie in nome dell’ortodossia di Stato. Ciò si tradusse in una stagione di grande fermento culturale e insolita libertà espressiva, ma anche di espiazione collettiva in cui ognuno cercava di curare le ferite del passato condividendone il dolore . Non a caso il filone letterario corrispondente fu chiamato “letteratura delle cicatrici”.
Certo nel processo di apertura ci sono state molte battute di arresto, tra cui la più grave è stata la feroce repressione del movimento democratico di Piazza Tian’anmen. La libertà d’espressione ha sempre fatto molta paura anche ai successori di Mao, ma fino al 2012 – l’anno che ha segnato l’insediamento di Xi Jinping al potere – sembrava esistere ancora uno spazio residuale per esprimere un pensiero se non propriamente divergente o dissidente, almeno autonomo.
Distopia Xi Jinping: dal fantasma di Mao al robot ideale di umanità.
Oggi si assiste in Cina a una paurosa involuzione dei diritti civili e politici, coadiuvata dalla tecnologia e dalla sorveglianza fine a sé stessa. Qualcosa di sinistro perché inedito nella sua radicale pervasività, che punta a eliminare sul nascere qualsiasi forma di pensiero critico, bollandolo come poco costruttivo, negativo e nocivo per la Patria.
Il Partito e il Governo intimidiscono a tal punto da provocare una forma di autocensura preventiva, che somiglia tanto all’omertà nei territori di mafia, dove colui che è sottomesso si convince che è meglio per tutti obbedire e non creare problemi. Altro che Rivoluzione Proletaria…
Sebbene i cinesi continuino a sperare nella crescita a oltranza e nel miglioramento delle loro condizioni materiali, sono quelle morali e spirituali a impensierire, perché la Cina oggi è molto meno libera e felice di quanto lo fosse venti e persino quarant’anni fa. Un po’ come nella fantascienza distopica, ma partendo da premesse opposte, il PCC vede nei robot l’ideale più alto di umanità. Lascio a voi il compito di riflettere sull’assurdità di fondo di una simile idea. Di sicuro, Mao sarebbe fiero di tutto ciò.
Mariagrazia Costantino
*Immagine di apertura: Mao Zedong e Xi Jinping. Fonte: elaborazione IA
*Leggi su Soul Digger gli articoli sulla Cina
*Leggi su Soul Digger gli altri articoli della rubrica Debunking China
L’autrice: Mariagrazia Costantino è una sinologa, curatrice d’arte e studiosa di cinema. Ha conseguito una laurea in Studi Orientali presso La Sapienza, un Master in Global Media and the Transcultural alla SOAS (Università di Londra) e un dottorato di ricerca in Cinema e Discipline dello spettacolo presso l’Università Roma Tre. Dal 2000 conduce ricerche sulla cultura visiva cinese, sull’arte multimediale e sul cinema. È co-autrice del libro Arte Cinese Contemporanea pubblicato da Electa e collabora con vari siti web e giornali. Dal 2013 al 2016 ha ricoperto il ruolo di direttore artistico presso OCAT (OCT Contemporary Art Terminal) Shanghai. Ultimamente si è dedicata all’insegnamento della Lingua e Letteratura cinese e continua a lavorare come critica indipendente.








