Le adolescenti afghane non possono più studiare sotto il regime autoritario talebano. Ma la collaborazione tra un Istituto piemontese e la rete di classi segrete Learn Afghan ha dimostrato che la Scuola può far incontrare tutti “sotto lo stesso cielo”.
“Una storia nata in un laboratorio di elettronica, ma che parla soprattutto di scuola, comunità e diritti”. Così il professore Corrado Campisi ha definito il percorso STEM da lui ideato “Touching the Sky – Science that Unites”, che sta coinvolgendo un centinaio di allievi italiani, scozzesi e studentesse afghane.
Dall’Istituto “Ciampini-Boccardo” di Novi Ligure dove insegna Campisi, dalla Wallace High School di Stirling e dalle scuole segrete di Learn Afghan, i giovani si collegano e si incontrano nei laboratori online del progetto.

L’obiettivo è lanciare il 16 aprile un pallone stratosferico con un payload scientifico, dotato di sensori per acquisizione dati, componenti elettronici, controllo radio. Il playload custodirà il cuore di questa esperienza: una microSD con elaborati e messaggi delle ragazze e dei ragazzi, come una piccola capsula di pensieri e speranze che “salirà” insieme alla missione.
La collaborazione tra Learn Afghan e l’Istituto italiano
Da quando nel 2021 i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan, bambine e donne non possono fare quasi più nulla. Non possono uscire di casa senza un uomo che le accompagni, non possono lavorare all’esterno delle mura domestiche, non possono più studiare dopo i 12 anni, il grado sesto della loro scuola primaria.
Tuttavia, una giovane donna afghana, Pashtana Dorani, ha trovato un modo per superare il bando: la rete Learn Afghan di scuole segrete e di apprendimento digitale, via radio e attraverso contenuti precaricati su delle app per consentire a più ragazze possibili di non rinunciare all’apprendimento. Finora oltre 2mila studentesse hanno continuato ad andare a scuola e più di 6 milioni si sono formate da casa.
Nell’intervista esclusiva per il sito e il canale YouTube di Sound Digger, Pashtana Dorani ricorda: “L’istruzione è un diritto fondamentale. Inizialmente ho creato Learn Afghan per i rifugiati afghani che non riuscivano a rientrare nel percorso scolastico. Ma dopo il ritiro delle forze Usa e occidentali, l’imposizione talebana del bando allo studio per le adolescenti e le donne, ho allargato la rete. Gran parte delle famiglie sono felici che le loro figlie possano studiare e ci aiutano in questo lavoro comunitario”.
Studentesse afghane di Learn Afghan. Credits: Learn Afghan
Campisi aggiunge: “Quando ho presentato a Pashtana l’idea del pallone stratosferico, è rimasta colpita, non solo dalla parte scientifica, ma soprattutto dal significato umano. Usare il cielo come linguaggio universale significa dire una cosa semplice e radicale: la conoscenza non può essere un privilegio”.
Per i ragazzi del “Ciampini-Boccardo” è naturale che viviamo sotto lo stesso cielo e che dovremmo godere tutti di uguali diritti.
Le testimonianze degli studenti italiani
Mia, 18 anni, al quinto anno del corso biologia e biotecnologie sanitarie, dice: “Sapevo che le condizioni scolastiche delle afghane non erano uguali alle nostre, ma non che fossero così diverse e soprattutto così difficili. Noi la mattina ci alziamo per andare a scuola lamentandoci di doverlo fare, oppure non ci andiamo perché la crediamo ingiustamente ‘inutile’, mentre loro lottano ogni singolo giorno per avere questo diritto. È un atto di coraggio e responsabilità. In uno dei collegamenti su Meet abbiamo gentilmente chiesto alle ragazze afghane di avviare la telecamera, ma ci hanno risposto che per motivi di sicurezza non potevano. Questo ci ha fatto capire quanto siamo fortunati ad essere qua, non solo al Ciampini Boccardo ma in generale in Italia”.
Nicolò Filippo, 17 anni, al terzo anno del corso di elettronica e automazione, è un ragazzo con diverse passioni e hobby al quale piace molto questo percorso STEM: “È molto più interessante e divertente di alcune lezioni monotone e noiose. Consente di espandere le proprie conoscenze mettendo in atto diverse cose, anche le più inimmaginabili. È intollerabile che alle ragazze afghane sia proibito studiare dato che viviamo in una realtà dove la cultura è fondamentale, senza di essa non si può fare niente nella vita”.

Campisi insegna elettronica e sistemi: la teoria in classe e le mani in pasta in laboratorio. Nell’intervista per Soul Digger spiega: “Mi piace quando la scienza smette di essere solo formula e diventa qualcosa che si può toccare, montare, misurare. Cerco di portare in classe questa doppia anima: il rigore di chi ama i numeri e la curiosità di chi vuole ancora farsi sorprendere.”
Ma soprattutto ci rivela che lo emoziona ancora, dopo tanti anni, quel momento preciso in cui negli occhi di uno studente si accende qualcosa: non solo perché ha capito, ma perché ha scoperto un mondo e spesso di essere più capace di quanto pensasse.
L’Intervista al professor Corrado Campisi
Professor Campisi, com’è nato il progetto “Touching the Sky – Science that Unites”?
L’idea è nata da un momento di quelli che non si pianificano. Mi trovavo in Sicilia, nella piccola proprietà agricola che condivido con mio padre, dove produciamo a livello familiare olio extravergine d’oliva. Una sera, a tarda notte, eravamo seduti sotto un albero d’ulivo: parlavamo di costellazioni e guardavamo un cielo limpido, quasi privo di inquinamento luminoso. In quel silenzio e grazie anche agli spunti di mio padre, che ha sempre saputo farmi vedere le cose con occhi nuovi, si è accesa la ‘lampadina’: ho pensato che, se persone lontanissime tra loro potessero riconoscersi nella stessa meraviglia davanti al cielo, la scienza poteva diventare un linguaggio comune. Un ponte tra mondi diversi. Idee e conoscenze che si scambiano tra persone ‘sotto lo stesso cielo’. Da quella intuizione è nato “Touching the Sky – Science that Unites”, che ho immaginato fin dall’inizio non come un semplice lancio, ma come un percorso.
Di che tipo?
Il cuore simbolico e scientifico è il pallone stratosferico, ma attorno a quel momento ho costruito un itinerario fatto di studio, incontri con esperti, comunicazione e restituzione. Il percorso si articola in quattro seminari con professionisti del settore: il dott. Andrea Bernagozzi dell’Osservatorio Astronomico della Valle d’Aosta per uno sguardo scientifico sul cielo; il dott. Mario Musmeci dell’ASI nell’ambito de “Lo Spazio in Classe”; e l’ing. Merlo di Thales Alenia Space sulla robotica spaziale. A questo si aggiunge un workshop tecnico con Involve Space, l’azienda che ci accompagna nella parte operativa e rende possibile il lancio.
Ma il cuore del progetto non è tecnico: è umano. Il payload porterà una microSD con i contributi degli studenti, messaggi, elaborati, materiali creativi, come traccia concreta e simbolica di chi ha partecipato. E la partecipazione è aperta: coinvolgiamo anche studenti delle scuole medie e le studentesse afghane di Learn Afghan, non solo quelle del gruppo che prepara la parte scientifica, ma anche quelle degli anni precedenti, perché questo progetto parla di diritto allo studio, dignità e futuro, e non voglio che nessuna resti fuori.

Gli obiettivi di questo progetto sono duplici?
Sì e per me sono inscindibili: da un lato c’è la dimensione scientifica e tecnologica, dall’altro quella educativa e profondamente umana. Sul piano didattico e STEM, vogliamo che i ragazzi vivano un’esperienza reale di ‘missione’: non un esperimento simulato, ma progettazione vera, misure vere, responsabilità vera. Sviluppano competenze concrete, elettronica, sensoristica, coding, acquisizione e lettura di dati, e imparano che la scienza esiste davvero solo quando vien raccontata bene e condivisa. Per questo il percorso include anche la comunicazione scientifica, con i seminari che abbiamo costruito insieme a enti e professionisti.
Ma c’è un obiettivo più profondo, quello che mi sta più a cuore. Usare il cielo come linguaggio universale significa dire una cosa semplice e radicale: la conoscenza non può essere un privilegio. La microSD a bordo, con i pensieri e i messaggi degli studenti, è il nostro modo di ‘portare con noi’ le loro voci, un archivio di speranze che viaggia in alto, ma nasce qui, tra i banchi, dove si costruisce futuro. In fondo l’obiettivo è questo: unire scienza e coscienza. Perché sotto lo stesso cielo possiamo sentirci parte della stessa storia.

Ci spiega che cos’è un pallone stratosferico?
Un pallone stratosferico è, in sostanza, un laboratorio volante. È un grande pallone aerostatico riempito di gas leggero, di solito elio, che trasporta un carico chiamato payload fino alla stratosfera, a quote che possono raggiungere i trenta chilometri e oltre. Là su, l’aria è rarefatta, le temperature scendono a valori estremi e il cielo diventa scuro: è un ambiente quasi spaziale, un confine dove la Terra si curva all’orizzonte e lo spazio comincia davvero. Sotto il pallone viene agganciato il payload: una struttura che contiene sensori, temperatura, pressione, accelerazione, sistemi di acquisizione dati, tracciamento GPS e vi sarà, una camera.
A cosa serve?
Nel nostro caso, oltre alla parte scientifica e alla microSD con i contributi degli studenti, ci sarà anche la foto che verrà scattata durante la missione e che verrà poi consegnata come ‘ricordo scientifico’ a ciascuna delle scuole coinvolte. È un gesto semplice ma potente: un frammento di cielo condiviso, tangibile, che si può toccare con mano. Le scuole coinvolte al momento sono tre: il nostro IIS “Ciampini-Boccardo” come capofila, la Wallace High School di Stirling in Scozia e Learn Afghan. Quella foto diventerà il simbolo comune del progetto: lo stesso cielo, visto da molto in alto, condiviso tra studenti che vivono realtà molto diverse, ma che in quel momento si riconoscono come parte della stessa missione.
Com’è nata la collaborazione con Learn Afghan?
Quando ho presentato a Pashtana l’idea del pallone stratosferico, è rimasta colpita, non solo dalla parte scientifica, ma soprattutto dal significato umano, dal messaggio di inclusione, dall’idea di costruire un ponte vero tra studenti di Paesi diversi. Da lì è iniziato un dialogo autentico, costruito con pazienza e diversi incontri online. Un aiuto fondamentale è arrivato dalla mia collega Maria Teresa Lauria, docente di lingue straniere: grazie a lei abbiamo potuto organizzare e gestire al meglio le sessioni di lavoro in inglese. Avere accanto una collega così competente mi ha dato sicurezza e mi ha permesso di far passare con precisione il messaggio, valorizzando l’idea progettuale e costruendo un rapporto di fiducia vero. In questo modo Learn Afghan è diventata non un ‘contatto’ su una lista, ma un partner educativo reale: una presenza dentro un percorso che unisce scienza, scuola e responsabilità verso chi rischia di essere lasciato indietro.
Tra il 27 e il 28 marzo, avete partecipato con le studentesse afghane anche all’Arduino Day, dedicato alla piattaforma open source creata a Ivrea nel 2005. Che cosa ha significato per tutti voi?
L’Arduino Day è per noi un momento di apertura verso il mondo. È la prima volta che questo progetto esce dalle aule e dai laboratori per presentarsi alla community internazionale maker e open-source, un pubblico che parla il linguaggio della tecnologia condivisa, della scienza accessibile, del ‘fare’ come forma di educazione. E sono convinto che Touching the Sky abbia molto da dire a questa community. Abbiamo raccontato chi siamo e cosa stiamo costruendo: il percorso con i seminari, i laboratori Arduino che i ragazzi hanno sviluppato, i dati acquisiti, le collaborazioni internazionali. Abbiamo mostrato come l’ecosistema Arduino, con la sua filosofia aperta e accessibile, sia diventato lo strumento perfetto per trasformare un’idea educativa in una missione vera, con procedure rigorose e risultati misurabili.
E avete lanciato il vostro messaggio…
Esattamente. La tecnologia, quando è guidata da un’idea educativa forte, può diventare un ponte tra persone e Paesi lontanissimi. Dietro ogni sensore calibrato, ogni sketch compilato, ogni dato acquisito, ci sono ragazzi di Novi Ligure, Stirling e dell’Afghanistan che lavorano insieme sotto lo stesso cielo. L’Arduino Day è il momento in cui quella storia diventa pubblica. Non è la fine di nulla, è una finestra aperta su un percorso ancora in corso, il modo per dire alla community internazionale siamo qui, stiamo lavorando con serietà, metodo e cuore. E il lancio è vicino.
Il progetto STEM “Touching the Sky – Science that Unites” si realizza grazie a un crowdfunding aperto a tutti coloro che vogliono sostenere “un progetto scientifico, ma anche un gesto di libertà condivisa”. Potete donare cliccando su questo link.
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- Si ringraziano l’ISS Ciampini Boccardo e Learn Afghan per la gentile concessione delle foto che li riguardano. L’ immagine di copertina ritrae il professore Corrado Campisi con i suoi studenti al CERN. Credits: ISS Ciampini Boccardo, Novi Ligure, Italia.







