Un milione di bambini costretto a frequentare collegi cinesi. Un panchen lama rapito e mai più ritrovato, e un futuro “dalai lama” farlocco scelto da Pechino. Templi distrutti, foreste rase al suolo, fiumi deviati e risorse idriche e minerarie che attirano il capitalismo insaziabile del regime di Xi Jinping. Invasione di coloni e militari dell’etnia maggioritaria han per trasformare gli indigeni in una minoranza. Ma il Tibet resiste ancora. A testimoniarlo è Claudio Cardelli, nella quarta puntata della rubrica Domande Rivoluzionarie sul canale YouTube di Soul Digger.
Claudio Cardelli, testimone e attivista per il Tibet
Claudio Cardelli è tra i fondatori dell’Associazione Italia-Tibet nel 1988 e da tempo suo presidente. Viaggiatore e documentarista instancabile dagli anni ’60, ha percorso per decenni le regioni himalayane stringendo con il Tibet e la sua gente un rapporto di amicizia e collaborazione profonde.
Alle porte di Milano, nell’Istituto Studi di Buddhismo Tibetano Ghe Pel Ling, Cardelli ricorda: “Il mio primo incontro con la causa tibetana è avvenuto in India. Avevo vent’anni, ero solo un turista, quando a Varanasi incontrai dei profughi tibetani sopravvissuti alle persecuzioni della rivoluzione culturale di Mao Zedong. Sfogarono la loro sofferenza in modo così potente da sconvolgermi e segnare il corso della mia vita, umano e professionale”.
Allora il Tibet affascinava la beat generation e gli hippies come meta esotica, ma Cardelli comprese che l’immenso altopiano era molto di più: un luogo grande quanto l’Europa occidentale, con ingenti risorse e in una posizione strategica, che andava difeso dagli effetti devastanti dell’invasione illegale cinese degli anni ’50. Era una questione geopolitica in cui la dittatura del partito unico comunista cominciava a mostrare le sue peggiori intenzioni: assimilare un intero popolo cancellandone lingua, arte, religione, tradizioni, per portare avanti il suo disegno neo-imperialista.
“Devo molto a Fosco Maraini, il nostro più grande esperto della regione, maestro e amico. Mi diceva: i cinesi sono brutali con i tibetani perché sanno di essere in errore ma non possono ammetterlo”, aggiunge Claudio Cardelli con velata emozione.
Il Tibet continua a resistere alla “sinizzazione”
Oggi l’espansionismo cinese è chiamato “sinizzazione” e sembra inarrestabile. Pechino ha persino sostituito il nome Tibet con Xizang, una parola cui viene associata una storia completamente inventata.
In realtà, l’attivismo pro-Tibet non si è mai fermato. La comunità di profughi ha trovato a Dharamsala, nel nord dell’India, il rifugio per un governo in esilio democratico, in cui continuare a lottare pacificamente. Qui, nel 1982, Cardelli ha incontrato per la prima volta il Dalai Lama ed è tornato il 10 marzo scorso, nel 75esimo anniversario dell’insurrezione popolare tibetana del 1959.
“Proprio adesso che la Cina minaccia Taiwan, imprigiona e costringe ai lavori forzati gli uyghuri, reprime ogni dissenso a Hong Kong, è importante tenere accesi i riflettori sul Tibet. Uno schema egemonico prevaricatorio collega purtroppo tutti questi luoghi. Ne è espressione la Legge sull’Unità Etnica appena approvata, secondo la quale le 55 minoranze presenti in Cina devono assimilarsi alla maggioranza han”, sottolinea Cardelli.
Nell’epoca delle autocrazie sempre più aggressive e degli aspiranti autocrati anche nelle democrazie, la comunità internazionale deve stare in allerta per difendere quei diritti umani universali che molti regimi disprezzano. Un pilastro della propaganda cinese consiste proprio nel considerare i diritti fondamentali, base delle democrazie, non applicabili per ogni essere umano e nell’usare il concetto di “armonia” per livellare le differenze. Non solo, rivendica il Tibet, anzi lo “Xizang”, come suo territorio.
Per questo nell’intervista si cita un libro recente e molto importante: “Tibet Was Never A Part of China Since Antiquity: Using’s China’s Official/Authoritative Documents” del professore Hon-Shiang Lau. Tradotto: “Il Tibet non è mai stato parte della Cina sin dall’antichità”, dimostrazione attraverso documenti cinesi ufficiali.
L’intervista parla di Tibet da un punto di vista giornalistico, fattuale. È un’immersione nella storia e nell’attualità del Tibet, e delle regioni limitrofe, dallo Xinjiang o Turkmenistan all’India, dal Nepal al “suo Tibet”, il Mustang. Con una guida speciale, quella di Cardelli, e moltissimi documenti, foto, video, testimonianze e persino reportage inediti.
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