“Lai è la coscienza di Hong Kong”, ha detto oggi alla Reuters un uomo fuori dal tribunale, dove l’ex editore del quotidiano indipendente Apple Daily è stato condannato a 20 anni di carcere per cospirazione e sedizione. E come dargli torto. Jimmy Lai, cattolico, 78 anni, con doppia nazionalità cinese e britannica, tra il 1995 e il 2021, è stato a capo di un media vibrante, democratico, ricco di inchieste, che rispecchiava pienamente l’anima libera di Hong Kong.
Trent’anni di lotte e repressione delle libertà di Hong Kong
L’ex colonia britannica, riconsegnata alla Cina nel 1997, doveva mantenere un’autonomia speciale da Pechino, almeno fino al 2047, secondo il principio “Una Cina, due sistemi” coniato dall’ex presidente cinese Deng Xiao Ping. I britannici si fidarono di questa “soluzione”, concludendo le trattative a metà anni ’80. O meglio, la Basic Law, mini-Costituzione della città, doveva garantire che il sistema comunista non fosse applicato nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong e che il suo sistema di libero mercato restasse intatto per 50 anni.
La promessa non è stata mantenuta.
L’impegno di Jimmy Lai a difesa della democrazia di Hong Kong
E mentre Pechino estendeva il suo controllo sull’amministrazione speciale di Hong Kong, Jimmy Lai continuava a difendere i principi di libertà d’espressione che andavano sgretolandosi. Lo aveva già fatto dopo le rivolte degli studenti, la terribile repressione e il massacro di piazza Tiananamen nel 1989, lanciando la rivista Next come parte del suo gruppo Next Media (divenuto Next Digital nel 2015).
Oggi il Committe to Protect Journalists ricorda che nel 1994 Lai scrisse un editoriale durissimo contro l’allora primo ministro cinese Li Peng che ordinò di usare la forza contro i ragazzi di Tiananmen. Il regime reagì facendo chiudere tutte le filiali di Giordano – un’azienda di vendita al dettaglio di abbigliamento che l’editore aveva fondato da ragazzo – nella Cina continentale, costringendolo a rinunciare alla sua quota aziendale. Fu così che nel 1995 Lai aprì il primo tabloid nella città in cui era arrivato a soli 12 anni da Canton, su di un peschereccio. Già bambino lavoratore dai 9 anni, qui cominciò subito a lavorare nella fabbrica di vestiti di cui poi divenne manager e che lo spinse a fondare Giordano.
Jimmy Lai appoggiò in prima persona e in modo trasparente tutti i successivi tentativi di difendere i valori democratici di Hong Kong.
2003, proteste contro l’articolo 23
Le prime grandi proteste filo-democratiche si tennero nel 2003, quando 500mila persone si opposero all’introduzione dell’articolo 23 della Basic Law che stabiliva: “Il governo di HK emanerà leggi autonomamente per proibire qualsiasi atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo Popolare Centrale o furto di segreti di Stato, per proibire a organizzazioni o enti politici stranieri di svolgere attività politiche nella Regione e per proibire a organizzazioni o enti politici della Regione di stabilire legami con organizzazioni o enti politici stranieri“. In quell’occasione i manifestanti riuscirono a fermare la “riforma” costituzionale.
Gli anticorpi democratici di Hong Kong erano ancora molto forti.
Hong Kong 2014, la rivoluzione degli ombrelli
Nel 2014, però, centinaia di migliaia di hongkongers, soprattutto giovani, si riunirono nella cosiddetta “Umbrella Revolution” contro la riforma elettorale proposta dal regime comunista per i successivi voti del 2016 per il capo dell’Esecutivo e del 2017 per il consiglio legislativo. Jimmy Lai si unì alle marce, che fece coprire dai reporter del suo giornale, venendo anche arrestato per una prima volta.
Intanto, Xi Jinping era diventato presidente l’anno prima (2013), inaugurando l’era più repressiva e accentratrice dai tempi di Mao Tse Tung.
Hong Kong 2019, proteste contro la legge sull’estradizione
Nel 2019 altre centinaia di migliaia di hongkongers marciarono per le strade contro la proposta di un emendamento di legge che permetteva l’estradizione di sospettati di reati in qualsiasi giurisdizione (compresa la Cina continentale) anche in assenza di trattati. Quell’anno Jimmy Lai, che sosteneva e finanziava i manifestanti, scatenò l’ira di Pechino incontrando a Washington il vice presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, il segretario di Stato Mike Pompeo, la speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi.
L’emendamento sull’estradizione fu accantonato, ma un altro fatto storico stava per abbattersi sulle lotte di libertà dei cittadini di Hong Kong e sul resto del mondo: la pandemia da Sars-cov2 o da Covid19 come Pechino preferì chiamarla per non associarla alla precedente Sars che si era diffusa in modo più limitato nel 2003. A fermarla fu l’allarme lanciato dal medico italiano Carlo Urbani, allora responsabile per l’OMS nel sud Est Asiatico, che morì poco dopo contraendola.
Gli hongkongers furono i primi a proteggersi da un eventuale contagio virale, che si diceva girasse già a ottobre o anche da prima in Cina.
Hong Kong 2020, proteste contro la legge sulla sicurezza nazionale
Il lockdown fermò ogni iniziativa popolare e fu probabilmente il momento migliore per promulgare nel giugno 2020 una legge ancor più liberticida, quella sulla “sicurezza nazionale”. Di fatto l’autonomia di Hong Kong non esisteva più: la Security Law fu imposta direttamente dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, il massimo organo legislativo della Repubblica Popolare Cinese, aggirando il consiglio legislativo di Hong Kong.
Riportando a galla l’articolo 23 della Basic Law, vietava e puniva qualsiasi atto di secessione, sedizione e sovversione contro il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, e presunta cospirazione in collusione con entità straniere.
Gli hongkongers nel corso del 2020 sono tornati a protestare, ma i difficili anni della pandemia hanno inevitabilmente fiaccato lo spirito di ribellione che durava dal 1997.
Da quasi sei anni, quindi, non si può parlare di autonomia di Hong Kong o criticare il governo fantoccio locale, i cui rappresentanti sono scelti da Pechino. Editoria, mass media, social media possono essere colpiti per ogni critica o azione considerata tale, e in ogni momento. Su queste basi Jimmy Lai viene arrestato per aver violato la Security Law il 10 agosto 2020.
Jimmy Lai e altri prigionieri di coscienza
Oggi, 9 febbraio 2026, altri 8 redattori senior, executive dell’Apple Daily e attivisti democratici a lui legati sono stati condannati a pene dai 6 ai 10 anni di carcere. In totale sono stati 47 i filodemocratici accusati di cospirazione nel 2021, dei quali solo 13 sono stati rilasciati su cauzione. Il movimento democratico è stato smantellato.
Lai è la coscienza di Hong Kong e detenuto simbolo di tutti i dissidenti che in questi anni sono stati silenziati, imprigionati, fatti sparire, costretti a fuggire. Centinaia di migliaia di cittadini di Hong Kong sono emigrati all’estero, in particolare in Gran Bretagna grazie a un visto speciale, dove si spera possano continuare a restare in sicurezza dopo le aperture “scomposte” del premier Starmer a Pechino e la concessione di potersi insediarsi con una mega-ambasciata nel pieno centro di Londra. Ma gli hongkongers si sono diretti anche in Canada, Australia e a Taiwan. L’ex Formosa è sempre stata un orizzonte per Jimmy Lai, che nella Repubblica (democratica) di Cina ha aperto le edizioni locali sia di Next Media sia di Apple Daily.
- Immagine di Jimmy Lai presa dal film “The Hong Konger”








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