Trentasette anni fa, il 4 giugno 1989 in piazza Tian’anmen, succedeva qualcosa che ha definito radicalmente il presente della Cina, anzi della Repubblica Popolare Cinese. Tanto che non se ne può (più o ancora?) parlare. Ciò che sembra un paradosso è una regola della psicanalisi: più alto è il grado di rimozione – anche collettiva – più forte è l’influenza esercitata da ciò che viene rimosso.
Trentasette anni fa l’élite politica cinese, sopravvissuta alle purghe della stagione finale e più cruenta del maoismo, fu costretta a uccidere, o cannibalizzare, i propri figli – giovani più o meno ingenui che ingannati e forse illusi dalla promettente stagione di riforme, si persuasero che la trasformazione democratica della Cina non fosse solo possibile, ma imminente. Non avevano fatto i conti con la tenacia di chi era sopravvissuto a prove feroci e adesso temeva dei ragazzi che volevano solo votare. E ballare.
Le proteste di piazza Tian’anmen
Tutto iniziò il 15 aprile 1989, con la morte di Hu Yaobang, segretario generale del Partito Comunista Cinese (PCC) dal 1982 al 1987 e politico amato per la sua mitezza e il riformismo illuminato. Una perdita enorme per una popolazione che aveva bisogno di figure umane cui guardare con fiducia per essere guidati verso un futuro migliore.
La gente – studenti, intellettuali, ma anche operai e persone comuni – iniziò ad assembrarsi spontaneamente nella piazza Tian’anmen, cuore e simbolo di Pechino, come aveva già fatto per Zhou Enlai nel 1976. I sostenitori della democrazia confluirono tutti lì e trovarono in quello spazio aperto un luogo di aggregazione. Il movimento si estese e si rafforzò fino a diventare un’entità strutturata con la sua gerarchia e fino a rappresentare una minaccia per il governo che in risposta il 20 maggio instaurò la legge marziale, con le conseguenze che conosciamo.
Ma le conosciamo davvero? Abbiamo capito quello che è successo? Ce lo ricordiamo ancora?

Date importanti. Dal 2014 a oggi
Nel 2014, poco prima del venticinquesimo anniversario di quello che è stato convenientemente ribattezzato “incidente”, venne diramato il divieto di vestirsi di nero. Erano i mesi che precedevano l’“Umbrella Movement” di Hong Kong, quando nell’ex-colonia britannica era ancora possibile commemorare le vittime del 4 giugno con fiaccolate e veglie. Nel 2014 il ricordo era ancora vivo: i parenti delle vittime erano più giovani, tanti ancora in vita, ma era già vietato qualsiasi accenno ai carri armati.
Lavorando a una mostra di arte contemporanea, mi fu imposto di eliminare un’animazione dove ne compariva uno. I filtri applicati ai motori di ricerca tramite il firewall erano già in funzione e bloccavano qualsiasi combinazione di 6 e 4, il numero 89 collegato al nome Tian’anmen e ovviamente (di nuovo) i carri armati. Gli stessi che nel 1989 erano piombati addosso a Fang Zheng mentre cercava di proteggere una ragazza, riducendogli le gambe a brandelli vicino a Xidan, uno dei centri dello shopping della capitale cinese.
Oggi il dolore e la rabbia sono in parte sbiaditi e i divieti interiorizzati a tal punto da essere diventati la norma. In effetti perché dovremmo preoccuparci di quanto accaduto poco meno di quarant’anni fa – a cui la stessa Cina non vuole pensare – se un fatto recente come l’uccisione di almeno quarantamila civili iraniani sembra così remoto nel tempo e nello spazio? Se la repressione di Piazza Tian’anmen fosse avvenuta oggi non ne parlerebbe più nessuno. Forse non ci sarebbe neanche la famosa foto del ragazzo davanti al carro armato, perché una società che produce milioni di foto al secondo non ne produce nessuna davvero significativa.
Ma davvero non ci sono immagini significative o siamo diventati noi incapaci di distinguerle?
Eppure quei morti e quei feriti ci parlano ancora, letteralmente e metaforicamente. Dicono che il governo e i leader del Partito Comunista Cinese (PCC, il fantomatico Politburo) dovettero immediatamente prendere atto di quello che era stato compiuto – una perdita dell’innocenza per certi aspetti peggiore della Rivoluzione Culturale – e correre ai ripari per riappacificarsi con la popolazione. La pacificazione forzata, o se preferite una forma di patto sociale, passò attraverso l’apertura economica e l’attuazione sperimentale prima poi a tappeto di un piano di privatizzazione delle produzioni che sollevò molti cinesi dalla povertà e permise a non pochi di arricchirsi.
Ma ne lasciò anche tanti per strada. Letteralmente.
Ferite ancora aperte ed esuli politici
Nonostante la narrazione prevalente e passivamente accettata da (quasi) tutti, la transizione verso la “normalità” non fu affatto pacifica e indolore. La ferita è rimasta insanabile per molti partecipanti al movimento e per le famiglie delle vittime, che oggi vivono recluse e controllate a vista. In tale condizione di “sorvegliati speciali del Partito”, del tutto paragonabile agli arresti domiciliari, si trovano le madri di Piazza Tian’anmen che, al contrario delle madri argentine di Plaza de Mayo, sono divenute invisibili proprio a causa dei figli uccisi, vere e proprie “desaparecide”, in un amaro ribaltamento di destini.
Perché queste donne fanno paura come e persino più degli stessi dissidenti?
Forse perché sanno e agiscono in base a ciò che sanno: come cantava qualcuno «è chiaro che il pensiero dà fastidio / Anche se chi pensa è muto come un pesce / Anzi un pesce e come pesce è difficile da bloccare»…
Così, all’indomani della brutale repressione del 4 e 5 giugno, molti pesci in cerca di acque meno torbide lasciarono la Cina alla volta di Australia, Hong Kong, Taiwan e Stati Uniti. Washington nel frattempo si era attrezzata per accogliere i nuovi arrivati e proteggere chi si trovava già lì e non voleva o poteva rientrare per paura delle possibili ritorsioni. Nei mesi successivi ai fatti di Piazza Tian’anmen, l’amministrazione di George H.W. Bush intervenne per tutelare gli studenti cinesi che si trovavano nel Paese, permettendo loro di rimanere con un ordine esecutivo e in seguito, nel 1992, con il Chinese Student Protection Act.
Circa 41.000 cittadini cinesi ottennero la residenza permanente negli Stati Uniti entro un anno dall’emanazione dell’ordine, altri 54.000 nell’arco di diciotto anni. Per mettere in sicurezza i dissidenti cinesi fu messa in piedi la complessa operazione Yellow Bird, frutto dello sforzo coordinato di privati cittadini di Hong Kong con il sostegno dell’intelligence occidentale (MI6 e CIA) e – si dice – persino delle Triadi della colonia britannica.
Molti dei dissidenti poi fuggiti, soprattutto giovani studenti e intellettuali, erano già stati in prigione ma, complice la crescente pressione internazionale, ad alcuni era stata concessa una libertà temporanea che ne rese poi possibile la fuga.
Tutto questo rappresenta evidentemente un capitolo assai imbarazzante della storia cinese contemporanea. Capitolo che la Cina stessa si è affrettata ad archiviare. Quello che non ha archiviato è la lista dei “nemici della patria”. Tra questi, oltre al già citato Fang Zheng, ricordiamo Wang Dan, Chai Ling, Wu’er Kaixi, Feng Congde, Zhou Fengsuo, Ma Jian, Shen Tong, Jian Tang, Yan Xiong, Han Dongfang.
Anche Arthur Liu, il padre della campionessa olimpionica Alysa Liu, fa parte della nutrita schiera di cittadini cinesi che fuori dal paese natale non hanno solo iniziato una nuova vita, ma anche costruito famiglie e carriere. Persone che qualcuno, con una buona dose di fantasia e assecondando il punto di vista cinese, chiamerebbe “traditori”, stessa infamante accusa ricaduta sulle vittime della recente repressione in Iran.
Lo strano caso di Liu Xiaobo, dissidente atipico
Un caso a parte quello è quello dei dissidenti della prima ora come Fang Lizhi (morto nel 2012) e Wei Jingsheng – teorico della “Quinta Modernizzazione” cinese (la democrazia) – che quando scoppiò la protesta erano già in prigione o in stato di semi-clandestinità. Poi c’è quello unico rappresentato da Liu Xiaobo, morto nel 2017 in un ospedale di Shenyang dopo aver ottenuto il permesso di lasciare il carcere della stessa città, quando a causa di un tumore epatico era ormai in fin di vita.
Liu fu il promotore della Carta 08, il manifesto per l’introduzione dello Stato di diritto ispirato alla Carta ’77 del dissidente ceco Václav Havel, e primo cinese a ottenere il Premio Nobel per la pace nel 2010. Al tempo della mobilitazione che di lì a poco si sarebbe riunita intorno alla statua della Minzhu Nüsheng, la Dea della Democrazia eretta al centro di Piazza Tian’anmen, Liu era già un promettente accademico in visita nelle più prestigiose università americane. Il suo intervento di mediazione durante la fase più delicata delle trattazioni tra i leader del movimento democratico e il Governo cinese permise lo sgombero tempestivo della Piazza, evitando un numero ancora maggiore di vittime.
Liu non accettò mai la vita da rifugiato politico e decise di affrontare il suo destino – cioè numerosi processi, condanne, anni di dura prigionia e infine la malattia curata tardi e male – nel Paese che amava e che voleva cambiare. L’unico dove per lui avesse un senso vivere, come nel caso del dissidente russo Alexei Navalny.
Agli occhi del Partito Comunista la pericolosità di Liu stava nel suo affermare con naturalezza che la Cina poteva e doveva diventare democratica: come se fosse la cosa più logica e scontata. Oggi la sua eredità morale è portata avanti dalla moglie Liu Xia, poetessa e fotografa che dopo la morte del marito e dieci anni agli arresti domiciliari ha ottenuto asilo in Germania.
La ribellione pop-punk degli esuli in tv, nel cinema e nella musica
La rivolta fu sedata o meglio schiacciata nel sangue, ma gli effetti della sua azione continuarono a espandersi per diversi anni come cerchi concentrici nell’acqua.
Il coraggio di chi aveva lasciato gli affetti per sfuggire alla morsa autoritaria cinese, in aperta sfida a un regime che aveva ucciso migliaia di ragazzi (si parla di 10.000 vittime, ma la Cina nasconde anche quel dato), si rivelò contagioso e contribuì a far nascere un filone culturale fatto di film, serie TV e musica che parlavano del sogno di libertà con uno sguardo naif e pop, a tratti punk. Si può citare la fortunata serie Beijinger in New York – girata, tra gli altri, da Ai Weiwei, già da tempo trasferitosi negli USA – e la musica di Cui Jian, il padre del rock cinese autore di canzoni dalla melodia orecchiabile e dal ritmo sincopato che risente di influenze jazz e folk, piene di irriverenti accenni al maoismo e tanta frustrazione trattenuta a stento. I
l fermento creativo generò un’atmosfera inquieta e cupa come le canzoni di Cui Jian, portatrice di promesse tradite in partenza e caratterizzata da toni ora scanzonati e autoironici, come Wang Qiming, il personaggio protagonista della serie citata interpretato da Jiang Wen, ora drammatici e carichi di disperazione, come nel documentario Bumming in Beijing – The Last Dreamers di Wu Wenguang, girato nei mesi immediatamente precedenti e successivi ai fatti di Piazza Tian’anmen, volutamente omessi nelle conversazioni con gli artisti intervistati.
Di quegli anelli oggi rimane una vibrazione impercettibile, coperta dal rumore di un patriottismo ostentato e di un ottimismo sbandierato, entrambi funzionali alla tanto celebrata “armonia”, in nome della quale è stata cancellata ogni forma di sano senso critico.
Dissidenti che hanno riabbracciato il regime cinese
Se tanti ex-ragazzi di Tian’anmen hanno continuato a vivere in esilio, altrettanti sono tornati tra le braccia del Partito, che li ha perdonati come si perdona un figliol prodigo. Ma più che perdono quella subentrata sembra essere una forma rimozione, o forse solo una transazione che ha recato benefici a entrambe le parti.
Similmente, la lunga mano del Partito ha comprato con incarichi di prestigio e prebende varie l’obbedienza di molti, compresi gli artisti che all’indomani di quel fatidico 4 giugno avevano affisso sui cavalcavia delle maggiori città cinesi striscioni con le foto delle vittime. Di quelle azioni rimane solo il ricordo trasmesso grazie al passaparola dei testimoni: un’iniziativa del genere sarebbe quasi impensabile nella Cina odierna, dove ogni azione e forse pensiero sono mappati, quindi preventivamente scoraggiati.
Dico “quasi” pensando alla recente e clamorosa azione di protesta di Peng Lifa, che nell’ottobre 2022, a pochi giorni dall’avvio del XX Congresso Nazionale del PCC, ha esposto uno striscione di protesta sul ponte Sitong, nel distretto pechinese di Haidian, innescando il movimento dei “White Papers” contro la politica draconiana del zero-COVID: di fatto una delle ultime manifestazioni di dissenso registrate nel territorio della Repubblica Popolare. Di Peng Lifa non si hanno più notizie.
Cina: il più grande repressore transnazionale
Altrettanto inquietante è che diversi dissidenti da anni residenti all’estero continuino a essere oggetto di minacce e azioni intimidatorie di chiara matrice cinese. È successo alle scrittrici Xinran e Jung Chang; succede ora a Yan Xiong, cittadino statunitense che ha prestato servizio nei Marines ma è tuttora vittima di sistematiche campagne diffamatorie i cui mandanti siedono al Zhongnanhai – sede centrale del Partito Comunista Cinese e del Governo della Repubblica Popolare.
Secondo il rapporto dell’organizzazione non-governativa Freedom House, la Cina è al primo posto nella classifica mondiale del numero di episodi di repressione transnazionale. Per la peculiare visione che considera ciascun cittadino cinese una “parte ambulante” del territorio nazionale, i dissidenti devono continuare a rispondere alla madrepatria anche se di fatto vivono all’estero da decenni. I controlli, considerati pienamente legittimi e giustificati da questa mentalità, avvengono attraverso intercettazioni e pedinamenti. Pechino utilizza illecitamente persino i canali dell’Interpol, per emettere “avvisi rossi” contro attivisti politici e difensori dei diritti umani.
Oggi la rimozione programmatica delle differenze si è ampliata, passando dal piano strettamente politico a quello etnico-religioso. In questo quadro allarmante, uiguri e tibetani residenti all’estero che parlano della condizione della loro gente in Cina sono visti come una minaccia all’unità nazionale. Questo è un punto cruciale per comprendere in che modo il PCC (principale emanazione del Governo della Repubblica Popolare Cinese) continui a sopprimere forzatamente le disomogeneità – fisiologiche per un Paese così esteso – e lo faccia sempre più efficacemente, grazie alle tecnologie a sua disposizione.
Un potere di tipo coercitivo come quello cinese richiede un controllo capillare delle persone e dei territori per non essere messo in crisi. Ma è un potere di fatto in crisi sempre e da sempre, non facendo altro che lanciare allarmi.
L’immagine di copertina rappresenta un’opera è di Hong Lei, Chinese landscapes (Liu Gardens patrimonio UNESCO di Suzhou, luogo di bellezza e armonia immutabili ricoperto di sangue), 1998
- L’autrice: Mariagrazia Costantino è una sinologa, curatrice d’arte e studiosa di cinema. Ha conseguito una laurea in Studi Orientali presso La Sapienza, un Master in Global Media and the Transcultural alla SOAS (Università di Londra) e un dottorato di ricerca in Cinema e Discipline dello spettacolo presso l’Università Roma Tre. Dal 2000 conduce ricerche sulla cultura visiva cinese, sull’arte multimediale e sul cinema. È co-autrice del libro Arte Cinese Contemporanea pubblicato da Electa e collabora con vari siti web e giornali. Dal 2013 al 2016 ha ricoperto il ruolo di direttore artistico presso OCAT (OCT Contemporary Art Terminal) Shanghai. Ultimamente si è dedicata all’insegnamento della Lingua e Letteratura cinese e continua a lavorare come critica indipendente.

†








1 commento