Rubrica: la sinologa Mariagrazia Costantino risponde alle domande sulla Cina di Francesca Lancini
No. Si tratta, però, di un tema complesso che richiede un po’ di prospettiva storica. Tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, la Cina passò da un millenario sistema imperiale a un modello repubblicano. In quel periodo attraversava una stagione di iniziative volte a modernizzare il Paese. Esse sfociarono a Pechino nel movimento del 4 maggio 1919, una massiccia mobilitazione studentesca e intellettuale anti-feudale e anti-imperialista.
Dall’Impero alla Repubblica: continui abusi contro le donne
ll Partito Comunista Cinese venne fondato due anni dopo, nel 1921 a Shanghai. La Dinastia Qing, percepita come corrotta e decadente, era stata destituita nel 1911 determinando la fine dell’Impero. In quel momento la Cina era ancora il paese delle concubine, dei piedi fasciati e delle centina di migliaia di neonate abbandonate o uccise – pratica che continuò fino alla fine del ‘900.
A causa della visione confuciana ferocemente gerarchica, che poneva la donna all’ultimo gradino (qualche ottimista direbbe “base”) della piramide sociale, le donne in Cina avevano di fatto risentito per millenni di una posizione di inferiorità. Con qualche sporadica eccezione. Poi arrivò una ventata di cambiamento portata dalle ideologie che intellettuali e scrittori avevano assorbito durante i loro periodi di soggiorno in Europa, ma anche dal Giappone che allora iniziava a modernizzarsi.
Il Cinema favorisce l’emancipazione delle donne
Il cambiamento reale iniziò a sentirsi con la crescita di alcune città, Shanghai fra tutte, e con la diffusione di nuove forme di intrattenimento più o meno popolari che tra gli altri trasmettevano, amplificandolo, un nuovo messaggio di emancipazione sociale ed economica delle donne. Tra queste forme di intrattenimento, si possono annoverare romanzi e film che ruotavano intorno alla figura della “nuova donna” (xin nüxing) emancipata dal patriarcato opprimente, anche da un punto di vista sessuale.
Il cinema fu un agente quasi immediato e molto efficace di emancipazione femminile, poiché generò in molte giovani donne (la quasi totalità del pubblico) una presa di coscienza che da loro si diffuse a tutta la società.
Mao utilizza le donne solo come forza lavoro
Questa premessa è fondamentale per spiegare che quando arrivò Mao Zedong esistevano già masse urbane o inurbate che avevano sviluppato una forma di coscienza di classe, donne comprese. Lui non fece altro che diffondere quelle idee nelle compagne, che rappresentavano praterie immense di conquista, luoghi dove il primo seme gettato germogliava facilmente.
Il tema dell’emancipazione femminile venne usato da Mao e dal suo “ufficio” Propaganda come un cavallo di Troia. Esisteva un battaglione deputato proprio alla diffusione della propaganda maoista presso i contadini analfabeti che diffuse una metafora molto abusata: “la donna sorregge l’altra metà del cielo”.
Ma quello che Mao voleva dire in realtà è che doveva sorreggere l’altra metà delle fabbriche.
Come nel caso della liberazione dalla schiavitù di stampo feudale, l’invito a considerare una donna al pari dell’uomo non era funzionale al riconoscimento della donna come essere umano altrettanto degno di rispetto, ma a cancellare le differenze formali e a rendere tutti uguali agli occhi del Partito e del suo leader.
Un’altra immagine spesso utilizzata per rappresentare il rapporto tra le masse di cinesi e il Timoniere era quella dei girasoli che seguono il sole. I girasoli non hanno sesso, sono tutti uguali e fanno tutti la stessa cosa.
Questo dovrebbe bastare per far capire come nella Cina maoista non ci fosse spazio per le differenze.
Non furono eliminati gli abusi contro le donne, ma soltanto la distinzione formale tra i sessi. Ciò significa che le violenze e la mentalità alla base continuarono tra le mura domestiche e non solo, ma adesso alle donne era chiesto di fare gli stessi lavori degli uomini: lavorare in fabbrica, combattere e guidare camion. Le donne erano forza lavoro di cui la Cina comunista aveva assoluto bisogno.
Mao patriarca con l’aiuto della moglie
No, Mao non è stato un femminista e nemmeno uno che rispettava le donne. Anzi, Mao era un bigotto e pretendeva obbedienza assoluta da tutti, trattando le donne a lui vicine con un deplorevole paternalismo.
Chiudo il cerchio con un riferimento a Jiang Qing, moglie e complice di Mao: fu lei a mettere al bando tutte le forme d’arte di origine occidentale. O meglio, fece mettere al bando i testi occidentali, balletti compresi, e lanciò l’Opera Rivoluzionaria, che usava gli stilemi classici del balletto classico per narrare storie in linea con la propaganda di Partito.
Uno degli otto “drammi modello” è Il Distaccamento Rosso delle Donne (Hongse Niangzijun) ambientato in una Hainan pre-comunista, dove una giovane schiava vittima delle angherie dei padroni, finalmente liberata dalle compagne e dai compagni dell’Armata Popolare di Liberazione, riceve in dono un bel fucile con baionetta con il quale volteggia sulle punte felice e leggiadra.
Verso un futuro migliore? Ma quale?
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L’autrice: Mariagrazia Costantino è una sinologa, curatrice d’arte e studiosa di cinema. Ha conseguito una laurea in Studi Orientali presso La Sapienza, un Master in Global Media and the Transcultural alla SOAS (Università di Londra) e un dottorato di ricerca in Cinema e Discipline dello spettacolo presso l’Università Roma Tre. Dal 2000 conduce ricerche sulla cultura visiva cinese, sull’arte multimediale e sul cinema. È co-autrice del libro Arte Cinese Contemporanea pubblicato da Electa e collabora con vari siti web e giornali. Dal 2013 al 2016 ha ricoperto il ruolo di direttore artistico presso OCAT (OCT Contemporary Art Terminal) Shanghai. Ultimamente si è dedicata all’insegnamento della Lingua e Letteratura cinese e continua a lavorare come critica indipendente.







